Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2016 — Moonlight

Si apre oggi l’11esima edizione della Festa del Cinema di Roma (13 – 23 ottobre 2016) con “Moonlight“, opera seconda dello statunitense Barry Jenkins già presentata al Festival di Toronto.

Un’apertura delicata, lirica, appassionata: “Moonlight” è la storia in tre capitoli di Chiron (Alex Hibbert, Ashton Sanders e Trevante Rhodes lo interpretano in età diverse), ragazzino sensibile e silenzioso che cresce alla periferia di Miami con una madre tossicodipendente (l’inglese Naomie Harris, Moneypenny negli ultimi 007) e costantemente vessato dai coetanei. L’incontro casuale con lo spacciatore Juan (Mahershala Ali, visto in “House of Cards”) permette a Chiron di guardarsi dentro, per la prima volta, senza paura e di sperimentare un affetto che in famiglia non ha mai trovato. Il futuro, però, non gli risparmierà ulteriori sofferenze e lo ritroveremo, adulto, quasi irriconoscibile.

L’anima di Chiron, soffocata e mortificata da un ambiente sociale ostile, trova momenti di sollievo e libertà solo nello sguardo di Barry Jenkins: un protagonista di poche, pochissime parole che il regista mette in scena con un’attenzione totale verso le sensazioni visive, tattili, uditive (notevole il lavoro sul sonoro, e fondamentale la soundtrack che comprende anche brani originali di Nicholas Brittell).

Il primo film di Barry Jenkins, “Medicine for Melancholy” (in concorso alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro nel 2009) era una storia d’amore dolce e un po’ buffa, molto parlata, e dipinta con toni ambrati. L’approccio di “Moonlight” è visivamente molto diverso, i colori più vividi, la struttura drammatica più complessa (alla base c’è il testo parzialmente autobiografico dell’autore teatrale Tarell Alvin McCraney), ma lo slancio di Jenkins verso le emozioni dei propri personaggi (tutti, anche quelli secondari) è rimasto lo stesso.

“Moonlight” è un dramma sentimentale nel quale il sentimento non trova spazio per crescere, una romance che non può diventare tale, un racconto di formazione spezzato. Barry Jenkins punta tutto sull’adesione empatica, rischiando anche qualche eccesso (le brevi parentesi oniriche, la musica molto presente) e ci conduce, a fianco di Chiron, verso un finale di disperato romanticismo.

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