Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2016 – Nocturama

Il film “maledetto” di Bertrand Bonello, rifiutato da Cannes e da altri grandi festival, arriva alla Festa del Cinema di Roma 2016, un po’ nascosto all’interno di un programma quantomai vasto, nella sezione autonoma e parallela “Alice nella città”. Il motivo di tanto astio contro il nuovo film, “Nocturama”, di un fedelissimo del concorso cannense? La tematica: un attentato terroristico contro i simboli del potere politico compiuto a Parigi da un gruppo organizzato di ragazzini francesi. Un argomento da maneggiare con estrema cautela in questo periodo, dopo i ripetuti attacchi alla capitale francese di matrice prevalentemente islamica (ma sarebbe meglio dire islamista), che incide profondamente il coltello nella piaga ancora infetta e purulenta. Il totale nichilismo di questi personaggi “no future” non solo senza ideali, ma anche senza una reale volontà di rottura verso l’establishment, che attentano allo Stato ma si rifugiano all’ombra del capitale, è un coraggioso manifesto, un urlo trattenuto e allo stesso tempo deflagrante, che, di fronte all’impossibilità di delineare una traiettoria univoca generazionale, unisce nel gruppo dei protagonisti tutte le etnie e le classi sociali possibili, cercando un’universalità di approccio comunque molto difficile da ottenere.

I protagonisti si muovono come stregati lungo le strade di Parigi, attraverso i suoi quartieri, dentro la metropolitana. Muti, determinati, sguardi fissi, espressioni vaghe, gesti (ir)razionali, segnali di intesa, risposte criptiche ai cellulari, tutto li suggerisce agiti da un progetto comune. Figli di papà, figlie delle banlieue, studenti, disoccupati, precari, neri, arabi e bianchi, sono un reparto d’assalto improvvisato che deflagra Parigi. Alla stessa ora, in siti diversi: un grattacielo de La Défense, un ministero, alcune vetture parcheggiate davanti alla Borsa di Parigi, la statua di Giovanna d’Arco, il cuore di un banchiere. Mentre fuori è il panico e la città si perde in congetture, dentro i terroristi attendono, esaltati dalla distruzione. Ma è questione di tempo, il tempo che ci vuole per convertire l’esaltazione in terrore (di morire).

Derivativo e citazionista nella forma, originale nel contenuto, la combinazione perfetta, sulla carta, che ha nell’eccessivo compiacimento stilistico e in una durata probabilmente eccessiva gli incontestabili difetti. Una prima parte vorticosa e schematica, organizzata come un balletto, con tempi serrati, che narrativamente unisce “Rapina a mano armata” e “Le iene”. Una seconda che, rinchiudendosi in un unico ambiente seppur vasto, un centro commerciale, ricorda “Zombi”, mentre il tessuto musicale, opera dello stesso Bonello, richiama echi carpenteriani.

Il progetto è partito prima degli attentati del Bataclan, e quindi Bonello ha visto il suo film diventare in patria “opera non gradita” in corso d’opera, e non ha aggiustato il tiro, credendo fino in fondo nella sua opera nichilista e disperata, che non salva nessuno, nemmeno le forze dell’ordine, qui più che altrove braccio armato senza volontà e senz’anima. Tante sequenze bellissime (tutta la prima parte, una “My Way” reinterpretata, l’agghiacciante assalto finale mostrato spesso in split screen attraverso le videocamere di sicurezza), qualche furberia e caduta di tono, a tratti un’eccessiva dilatazione interna alle scene, ma nel complesso più di due ore che avvincono e, nel finale, sconcertano.

Ragazzi senza ideologia, mostrati come puro strumento di forze che non vediamo ma di cui intuiamo la pervavisività e la potenza, bestie da macello talmente inserite nel sistema da tentare di scardinarlo per puro spirito d’evasione, senza consapevolezza, perfetti finchè pilotati e disastrosi quando hanno il tempo e lo spazio di agire per proprio conto. Il film lascia tanti interrogativi aperti, ma è nella natura di un’opera potente e imperfetta, libera e ingabbiata, incoerente come i suoi protagonisti, in una felice commistione tra stile e contenuto. Cinema problematico, divisivo, comunque importante. Chissà cosa ne penseranno i ragazzi delle giurie di “Alice nella città” …

 

 

 

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