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Festa del Cinema di Roma 2016 – “Snowden”, incontro con Oliver Stone

In occasione dell’anterprima nazionale del suo “Snowden”, in sala da inizio dicembre, sbarca alla Festa del Cinema di Roma 2016 Oliver Stone, cineasta da sempre “politico”, con una filmografia alle spalle che rappresenta una vera e propria controstoria degli Usa, artista non allineato, manicheo, spesso rozzo ma capace, nelle sue opere migliori, di comunicare attraverso una forza filmica notevole i guasti e le incoerenze del potere. Citiamo, tra tutti i suoi film, quelli che indagano i dietro le quinte di alcune tra le presidenze Usa più discusse, “JFK”, “Nixon”, “W.”, ma potremmo anche citare la trilogia sul Vietnam (“Platoon”, “Nato il 4 luglio”, “Tra cielo e terra”) o il fondamentale “Assassini nati”. L’incontro con la stampa, come era ampiamente preventivabile, si è presto trasformato in un’occasione per fare controinformazione, per elaborare tesi, per destare coscienze sopite. Leggete quanto segue se volete riflettere sugli accadimenti del mondo da un’altra prospettiva, sicuramente da non prendere come oro colato, ma utile per suscitare interrogativi, cosa che non dovremmo mai stancarci di fare.

Lei ha sempre raccontato, con il suo cinema, i momenti di svolta della storia americana. Pensa che anche la storia di Edward Snowden possa diventarlo?

Credo che le informazioni che ci ha fornito Snowden siano significative, ma purtroppo non credo che gli americani siano molto interessati, al di là delle questioni legate alla privacy per le proprie telefonate personali. C’ho messo molto tempo per capire come affrontare questa storia, ho incontrato Snowden nove volte, le questioni erano così tante e così complicate che non è stato semplice rendersi conto del quadro generale. Io ho cercato di ricostruire la storia del messaggero per rendere più chiaro il messaggio. Nel 2013, quando la questione uscì fuori, gli americani non avevano una grande considerazione di Snowden, lo consideravano un traditore della patria, spesso lo confondono con Julian Assange, il popolo non ha capito l’importanza di questa questione. Il film cerca di dare dei chiarimenti, ma riconosco che è tutto molto complesso.

Ha avuto problemi a girare il film, qualcuno si è messo di traverso per ostacolarvi?

Nessuna grande società negli Usa ci ha finanziato, abbiamo trovato i soldi in Francia e in Germania, dove abbiamo girato anche molte scene non perché ce l’avesse imposto la produzione, ma perché lì era più facile ottenere i permessi per girare. Negli Usa il film ha avuto accoglienze contrastanti da parte di pubblico e critica, c’è chi l’ha recensito positivamente e chi l’ha massacrato. Certo non è uno spy-movie con fughe e inseguimenti, abbiamo cercato il realismo il più possibile, proprio per i motivi che ho esposto prima.

Visto quello che sa, ci consiglia di tenere spenti i nostri telefonini?

Dobbiamo stare attenti, siamo tutti potenzialmente sospettati, magari per cose che oggi non costituiscono reato ma potrebbero esserlo in futuro. Qualsiasi protesta, qualsiasi cosa scomoda per il governo può metterci sotto la lente d’ingrandimento, nostro malgrado, i nostri dati personali stanno in gigantesche banche dati a disposizione di chi li richiede. L’NSA ha fatto una riforma minima, non ha cambiato praticamente nulla. I dialoghi delle scene “interne” all’organizzazione, nel film, ci sono stati forniti direttamente da Snowden.

Ci rilascia un commento sulla campagna elettorale per le presidenziali americane in corso di svolgimento?

Dovunque vada, in Europa, mi fanno questa domanda, siete sconcertati da Donald Trump. Io non penso possa farcela, ma ricordiamoci anche che la Clinton è una donna dell’establishment, puramente americana nel senso deteriore del termine, una da “o con noi, o contro di noi”, responsabile (o tra i responsabili) dei cambiamenti dei governi in varie parti del mondo, in Iraq, in Libia … Non è Obama, è molto più guerrafondaia.

Snowden ha visto il film? Cosa ne pensa?

L’ha visto, ci ha aiutati con la sceneggiatura, ha dato consigli per le scenografie degli interni. Avevamo una gran paura che la sceneggiatura potesse essere hackerata, sarebbe stato un gran danno, ma per fortuna non è successo.

Barack Obama non esce particolarmente bene dal film …

Non ho aggiunto o tolto nulla a quelle che erano le sue dichiarazioni. è colpa sua, ha promesso una riforma che poi non c’è mai stata, c’era l’occasione di cambiare le cose, eravamo fiduciosi. Voglio aggiungere una cosa: io sono cresciuto con idee conservatrici, come Snowden del resto, poi sono stato in Vietnam da volontario … Ho visto cose che mi hanno sconcertato e cambiato per sempre, ma ero molto giovane e ai tempi non c’ho capito molto. Poi negli anni Ottanta, sotto la presidenza Reagan, sono stato in Centro America, in Honduras, nel Nicaragua, e mi sono reso conto di tante cose, di cosa avevamo fatto a quei popoli. Ora non mi considero appartenente a nessuno dei due schieramenti. Ho fatto un documentario sulla storia nascosta degli Usa (“Usa – La storia mai raccontata”, distribuito anche in Italia e in onda proprio in questi giorni su Laeffe, il canale televisivo della Feltrinelli n.d.r.) e, poco tempo dopo, Snowden ha reso noti quei documenti, Per lui è stato più difficile, è giovane, la sua epilessia gli è stata causata dallo stress emotivo.

Sia io che lui credevamo fosse giusto sorvegliare i terroristi, ma poi è stato installato un controllo di massa. Quello che sta succedendo è assurdo, i terroristi che vengono presi sono sempre persone già note alle autorità. Per l’11 settembre, ad esempio, molti degli attentatori erano già noti, sia la CIA che l’FBI hanno mandato informazioni alla Casa Bianca, ma lì si sono fermate, non è stato fatto nulla. Lo scopo di questo controllo quindi, per me, non è quello di colpire i terroristi, ma di controllarci tutti, d’influenzare la politica mondiale, l’abbiamo visto in questi giorni, in Siria, in Iraq, in Ucraina, perfino in Brasile. Grandi cambiamenti che magari nascono da proteste di piazza, di massa, con grandi quantitativi di persone cooptate e portate in strada a manifestare.

E’ in corso una cyberguerra, e tutto è iniziato nel 2007, quando è stato messo a punto un virus informatico, un “malware” super invasivo, con il quale abbiamo cominciato a ricattare i governi che non ci piacevano. Si è cominciato dall’Iran, si è passati al Giappone, le nazioni che non vogliono installare sui propri cittadini queste tecnologie di controllo vengono minacciate perché questo virus può mandare in tilt i trasporti pubblici, i servizi. E’ un nuovo modo di fare la guerra, meno violento sicuramente, ma molto più subdolo.

 

 

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