Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2016 — Snowden

In anteprima nazionale alla Festa del Cinema di Roma 2016, e in sala dall’1 dicembre, “Snowden” segna il ritorno di Oliver Stone al film “di denuncia”, suo (sotto)genere d’elezione, dopo la sbandata indifendibile del precedente “Le belve”. Quella di Edward Snowden, l’ex dipendente dell’NSA statunitense che ha reso pubblici documenti secretati e che ora si nasconde (pare) in Russia, sembrava già sulla carta una storia perfetta per il regista newyorkese, con un uomo solo contro il “sistema”, braccato da ogni parte e osteggiato perfino tra le mura di casa: aveva queste caratteristiche il procuratore Jim Garrison interpretato da Kevin Costner in “JFK”, le aveva il reduce del Vietnam Ron Kovic interpretato da Tom Cruise in “Nato il 4 luglio”, le avevano tanti altri personaggi nella filmografia di questo cineasta manicheo e restìo a rappresentare sfumature e mezzi toni, che, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, riusciva a compensare la rozzezza d’approccio con un talento visivo e di messa in scena fuori dal comune.

Edward Snowden (Joseph Gordon-Levitt) è un genio dell’informatica, congedato dall’esercito americano per problemi fisici. Troverà un altro modo di aiutare il proprio Paese grazie alle sue capacità, combattendo in prima linea la nuova guerra informatica globale. Ma la sua coscienza urla e strepita di fronte alle nefandezze che ha contribuito a progettare, ed Edward decide d’informare di tutto questo il popolo americano, mettendo a rischio la propria stessa vita.

Hanno davvero tanto in comune Edward Snowden e Oliver Stone: conservatori e soldati in gioventù, poi sempre più disillusi nei confronti delle istituzioni e delle varie propaggini nascoste che uniscono al lavoro di “intelligence” una serie di operazioni tese non più alla sicurezza nazionale, ma al controllo dei cittadini. Il difetto principale è quindi, inevitabilmente, la totale adesione al punto di vista di Snowden di un biopic che, nel finale, scade nell’agiografico e lo santifica eccessivamente. Ma ci si arriva dopo oltre due ore di cinema serrato che, pur snocciolando in più punti dati e linguaggi per iniziati informatici, non annoia mai e supplisce alla scarsa caratterizzazione e profondità dei personaggi con la concatenazione stretta degli eventi, con la precisione matematica (e anche fin troppo schematica) di una sceneggiatura che usa tutto l’armamentario simbolico (che magari uno spettatore un po’ più avveduto sa a menadito e non fa alcuna fatica a riconoscere e ad anticipare) che ogni manuale di scrittura riporta al punto uno.

La cornice narrativa dalla quale parte la narrazione (e i flashback che ci spiegano come si sia arrivati a quel punto) è una delle cose più interessanti, perché ci troviamo in presenza di un doppio livello finzionale: Stone usa il documentario “Citizenfour” di Laura Poitras (interpretata da Melissa Leo) come rappresentazione dell’oggettività “reale”, spostando quindi subito il baricentro verso la rappresentazione. Un vero e proprio corto circuito per un’opera che vorrebbe porsi quasi come inchiesta giornalistica, esplicitando man mano il suo vero obiettivo: Snowden ha affidato il materiale trafugato alla stampa, e quest’ultima non ha fatto un buon lavoro, non è riuscita a dare una reale visione d’insieme dell’immensa quantità di documenti di cui è venuta in possesso. A raddrizzare i torti, almeno secondo le intenzioni, arriva Stone con il suo cinema. Giusto ricordare che il regista ha anche un’interessante carriera parallela da documentarista, ed è autore del progetto “Usa, la storia mai raccontata”, una controstoria degli Stati Uniti in dieci episodi che abbraccia, in pratica, tutto il Novecento.

Un film, quindi, da consigliare spassionatamente a chi non sa nulla della vicenda/Snowden e non vuole perder tempo con giornali e approfondimenti, ma anche a chi abbraccia o osteggia la tesi portata avanti dalla pellicola. Non c’era lo spazio, in questa sede, per riassumervene i tratti salienti, e non sono nemmeno io la persona più adatta a farlo. Io posso solo ribadirvi che Oliver Stone è (parzialmente) tornato, ed è sempre un piacere celebrare il cinema di colui che, negli anni Novanta, da ragazzino veneravo quasi fosse una rockstar.

Un’ultima annotazione sul cast, che vanta grandi attori in ruoli più o meno minori: una bellissima (e un po’ monocorde) Shailene Woodley, Tom Wilkinson a personificare il giornalismo autorevole, Rhys Ifans credibile “villain” (specie in una sequenza, probabilmente la più bella del film, inquietante e orwelliana) e, last but not least, un Nicolas Cage mentore perseguitato che si fa ricordare. Gordon-Levitt, dal canto suo, è mimetico quanto basta, ed è davvero singolare che, dopo il Philippe Petit di “The Walk”, venga ancora una volta utilizzato in un biopic preceduto da un documentario di pregevole fattura (lì “Man on Wire” di James Marsh, qui, appunto, “Citizenfour”).

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