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  • Festa del Cinema di Roma 2016 — The Birth of a Nation

    Diretto da Nate Parker

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Arriva anche alla Festa del Cinema di Roma 2016, dopo la vittoria del premio del pubblico all’ultimo Sundance Film Festival e le polemiche relative alle disavventure giudiziarie del regista/produttore/sceneggiatore/attore Nate Parker“The Birth of a Nation”: il film (ri)fonda la nazione americana sulla pelle e sui corpi degli afroamericani che, nel 1831, si rivoltarono contro i padroni bianchi nelle piantagioni di cotone della Virginia.

E l’analisi non può che partire dal titolo del film, lo stesso del capolavoro di David Wark Griffith del 1915 che ha in pratica creato le regole “grammaticali” del cinema classico hollywoodiano (e, di conseguenza, del cinema narrativo tutto), tanto sublime a livello tecnico quanto discutibile sotto il profilo contenutistico: era il Ku Klux Klan a salvare i protagonisti dai biechi e vendicativi afroamericani che cercavano vendetta dopo la fine della segregazione razziale successiva alla Guerra Civile.

Nate Parker, afroamericano appunto, usa l’evento storico per imbastire una parabola cristologica, dove il Messia armato di spada e sacre scritture si sacrifica per il suo popolo e, soprattutto, ribadisce più volte un concetto: nella Bibbia (e in tutti i testi sacri, aggiungiamo noi con in mente tutto quanto si muove intorno all’interpretazione del Corano in questi anni) vi è ogni cosa e il suo contrario, un’ode ai padroni e un’incitazione alla ribellione, ed affermarlo in un film distribuito dalla Fox (seppur nella sua divisione “indie” Searchlight) non è così scontato come potrebbe sembrare.

Nat Turner (Nate Parker) è un ragazzo schiavo a cui viene insegnato a leggere, così da poter studiare la Bibbia ed essere un predicatore per i suoi compagni di schiavitù. Quando si rende conto che la sua predicazione viene usata dagli schiavisti bianchi per dissuadere i sentimenti di rivolta, e dopo aver assistito all’ennesimo violento sopruso, Turner decide d’incitarli alla ribellione …

Non era affatto semplice fare un film su questa storia, con un controverso protagonista che incita al massacro vendicativo seppur per reazione, e Parker ha dovuto muoversi con i piedi di piombo anche solo per trovare i capitali per dare il via al progetto. Ma l’impatto emotivo sul pubblico americano è stato fortissimo fin da subito, risultando probabilmente il film giusto nel momento giusto: giusto perché arriva dopo la polemica degli #Oscarsowhite dello scorso anno, perché risponde al bisogno tipicamente Wasp di pulire la coscienza dalla vergogna dell’epoca della segregazione razziale, perché “pareggia” i conti con Griffith (anche se non ve n’era alcun bisogno).

Parker ha trovato la chiave giusta: fare di Turner, come già si diceva in precedenza, un Messia. L’investitura (e tutta la tribalità ancestrale legata alla origini africane della comunità violentemente portata via dalle proprie terre d’origine) arriva in sogno, o nella terra sospesa tra sogno e realtà, con una delle soluzioni visive più indovinate dell’opera. Che invece, procedendo a sbalzi e giustapponendo episodi, spesso sbraca nella retorica più ingenua, a partire dalla caratterizzazione di molti dei personaggi di contorno. Molta attenzione è dedicata a suggerire più che a mostrare i momenti più forti, per evitare divieti che ne ostacolerebbero il risultato al botteghino: non ci sono nudità esibite, né molto sangue, in una scena lo sperma sul viso di una schiava stuprata viene “camuffato” da secrezione nasale, e potremmo fare ancora molti esempi.

In conclusione, un film che vi piacerà molto, perché il racconto è appassionato e vibrante, il tema è ancora di capitale importanza, e la pervicacia di Parker per ottenere di dirigere, scrivere e interpretare il film ricorda quella dello Stallone di “Rocky”. Ma che non ci ha esaltato, perché al di là del centro emotivo e tematico una grande produzione del genere deve anche avere comprimari solidi, limitare al massimo la sensazione di “deja vu” non citazionista, evitare il più possibile le cadute di stile. E qui troviamo esempi di tutto questo uniti a scene di abbacinante magniloquenza (la battaglia finale). Forse Parker avrebbe dovuto avvicinarsi a Griffith con maggiore umiltà, e studiarne l’opera pur non condividendone legittimamente i contenuti.

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Contro

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