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  • Festa del Cinema di Roma 2016 — The Secret Scripture

    Diretto da Jim Sheridan

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A cinque anni di distanza dal thriller “Dream House”, il regista irlandese Jim Sheridan (“Nel nome del padre”, “The Boxer”, “Brothers”) torna al cinema con “The Secret Scripture”, adattato in collaborazione con Johnny Ferguson dall’omonimo romanzo del conterraneo Sebastian Barry, e presentato in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2016.

L’anziana Roseanne (Vanessa Redgrave), sola al mondo, si trova da molti anni in un ospedale psichiatrico che sta per essere smantellato: il dottor Grene (Eric Bana) arriva sul posto per indagare nel passato della donna e capire le ragioni che condussero al suo internamento. A poco a poco scopriamo così, insieme a lui, la storia della giovane Roseanne (Rooney Mara) e del suo amore per Michael (Jack Reynor), nel non facile contesto storico e sociale dell’Irlanda tra le due guerre mondiali.

Come già in “Brooklyn”, che Nick Hornby ha adattato l’anno scorso dal romanzo di Colm Tóibín guadagnandosi una nomination all’Oscar, un personaggio femminile irlandese (la nazionalità in certe storie ha il suo peso) che sulle pagine è completo e sfaccettato, al cinema diventa la pedina narrativa di una grande storia d’amore fatta di momenti commoventi e musica pomposa. E a rimetterci, nel caso di “The Secret Scripture”, non è solo la protagonista.

Il personaggio del sacerdote Padre Gaunt (Theo James), ad esempio, nel romanzo di Barry incarna il potere subdolo esercitato dalla chiesa, che manipola e umilia i membri della comunità facendo leva sul senso di colpa e tenendoli costantemente in una posizione subalterna e di bisogno (e al quale Roseanne si ribella fin da ragazzina con istintiva, ingenua dignità); il Gaunt del film è invece solo un uomo meschino e geloso, frustrato dal desiderio che prova nei confronti di Roseanne. In questo modo il punto di vista, così come le responsabilità, si spostano dall’istituzione al singolo individuo: le azioni di Padre Gaunt sono frutto della sua personalità, non di un sistema religioso codificato.

Allo stesso modo, il tessuto politico irlandese che Barry descrive nella sua intricata complessità, viene qui ridotto alla santificazione di Michael, grande eroe dal volto d’angelo. I volti, sì. I volti sono importanti. E quelli di alcuni tra gli interpreti principali sono troppo hollywoodiani, poco credibili nella ruvida Irlanda del primo novecento.

È una questione di sensazioni sottili, certo, ma quando l’americana Rooney Mara (che pure ha origini irlandesi, ma il problema non sta certo nell’albero genealogico) o l’australiano Eric Bana si trovano in scena a fianco di attori impegnati in ruoli secondari (come Adrian Dunbar o Susan Lynch), ma con facce e accenti giusti, lo scollamento diventa molto evidente.

Non aiuta una regia standardizzata, sia nel racconto per immagini (il groviglio di memoria e immaginazione che nel libro costituisce il racconto di Roseanne non trova forma adeguata sullo schermo) sia appunto nella direzione degli attori, molto scolastica. Qualche emozione arriva solo dagli occhi chiari di Vanessa Redgrave.

Del romanzo di Sebastian Barry resta così solo lo scheletro, che già sulle pagine soffriva per la prevedibilità di alcuni snodi, prevedibilità che al cinema diventa ancora più lampante e svuota di forza tutto il finale. Un film gradevole (in Italia arriverà a gennaio con Lucky Red come “Il segreto”) ma anche un grande occasione mancata.

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