Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2016 — Una

Nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2016 c’è una sottosezione dedicata alle Voices of the Future, è una di queste voci del futuro appartiene a Benedict Andrews: il regista australiano è presente al festival con “Una“, adattamento cinematografico della pièce “Blackbird” dello scozzese David Harrower, coinvolto nel progetto anche come autore della sceneggiatura. La giovane Una ritrova Ray, l’uomo con cui ha avuto una relazione quando lei era appena tredicenne e lui un uomo adulto amico di suo padre: la storia è finita male, Una si è sentita abbandonata da Ray, e oggi pretende risposte, spiegazioni, e un impossibile risarcimento d’amore.

Benedict Andrews, che con “Una” firma il suo esordio nel lungometraggio, è drammaturgo oltre che regista d’opera e di prosa: negli ultimi anni ha diretto Gillian Anderson e Ben Foster in “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams, e Cate Blanchett, Isabelle Huppert e Elizabeth Debicki in “Le serve” di Jean Genet.

Il testo di Harrower, commissionato dal Festival Internazionale del teatro di Edimburgo nel 2005, ha debuttato con la regia di Peter Stein e ottenuto da subito ampi consensi, nonché l’interesse di grossi nomi: nel 2007 Cate Blanchett ha curato in Australia, come regista, una messa in scena di “Blackbird” poi portata anche in Europa, mentre in Italia il testo è stato interpretato da Anna Della Rosa e Massimo Popolizio per la regia di Lluís Pasqual (qui trovate la nostra recensione, dalle recite del 2011 al Teatro India di Roma). In una recente produzione americana “Blackbird” ha avuto invece come protagonisti Jeff Daniels e Michelle Williams, e tre nomination ai Tony Awards.

Una lunga premessa per spiegare come questo apparentemente piccolo film sia un titolo importante per larga parte della comunità teatrale internazionale (attori, registi, autori, ma anche per tutti gli spettatori che, pure nel nostro paese, hanno avuto modo di vedere “Blackbird” in teatro), e qui infatti lo attendevamo con viva curiosità.

L’adattamento di Harrower e Andrews è tutto sommato riuscito, e soprattutto gli attori funzionano bene: Rooney Mara e Ben Mendelsohn incarnano con efficacia lo smarrimento di Una e la reticenza di Ray (ci troviamo banalmente di fronte a un pedofilo o c’è qualcosa di più complesso?), e la sceneggiatura fa il possibile per dinamizzare il lungo dialogo tra i due protagonisti attraverso l’uso di flashback, aggiungendo personaggi (in particolare il collega di Ray interpretato da Riz Ahmed) e spostando l’azione in più luoghi (mentre a teatro tutto si svolge dall’inizio alla fine nella stessa stanza).

La forza del “Blackbird” teatrale, però, stava nella possibilità di giocare con le emozioni e le personalità dei personaggi, spostando il giudizio del pubblico nei loro confronti — specialmente di Ray: gli crediamo o no? — attraverso le scelte di regia e naturalmente di recitazione: sul pacoscenico anche solo una parola intonata in un certo modo può fare la differenza, e non solo tra messe in scena diverse ma anche, di recita e in recita, nell’ambito della stessa produzione. Il cinema invece fissa tutto, per sempre, sullo schermo, rendendo la vicenda raccontata da “Blackbird”/”Una” (Andrews, fin dal titolo, decide di concentrarsi sul punto di vista e l’esperienza di lei) una storia semplicemente drammatica, narrata con delicatezza e il giusto grado di ambiguità, ma anche a rischio di risultare, soprattutto agli occhi di chi non è interessato all’adattamento della pièce, verbosa e un po’ artificiosa.

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