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  • Festa del Cinema di Roma 2017 — Detroit

    Diretto da Kathryn Bigelow

    Data di uscita: 23-11-2017

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Sull’onda dello scarso successo avuto in patria, arriva in anteprima nazionale alla Festa del Cinema di Roma 2017 l’ultimo lavoro di Kathryn Bigelow“Detroit”, ispirato dalle sanguinose rivolte razziali che sconvolsero la Motor City, sede della originaria fabbrica Ford, nel 1967. Cineasta dallo stile muscolare e adrenalinico, capace come poche di far percepire umori e odori dei suoi personaggi tormentati e complessi, la cineasta californiana si tuffa con la sua macchina da presa nelle strade, tra la gente, mostrandoci sempre tutte le forze in gioco da una focalizzazione interna, utilizzando la macchina a mano per concitate sequenze che sorprendono per l’esattezza del montaggio, della successione di piani, dell’armonizzazione di una incredibile pluralità di punti di vista e d’osservazione. Un film “politico” di pura regia, quasi un miracolo, che non può che ricordarci il capolavoro di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri” per approccio e modalità di messa in scena.

Cinquant’anni fa una serie di sanguinose rivolte sconvolse la città di Detroit, negli Stati Uniti. Centinaia furono i feriti ricoverati negli ospedali locali. Si trattò di una vera e propria carneficina che nei giorni successivi scatenò disordini senza precedenti che scossero le anime, riempirono le colonne dei quotidiani, suscitarono l’indignazione popolare e costrinsero il Paese a prendere ancora una volta consapevolezza di un razzismo di fondo mai veramente sopito. Il film si concentra principalmente sull’assalto al Motel Algiers, dove persero la vita tre giovani ragazzi afroamericani: Carl Cooper, 17 anni, Fred Temple, 18 anni, e Aubrey Pollard, 19 anni. 

Il fallimento di Detroit, trasformatasi da culla del Sogno americano a città fantasma abbandonata e morente, ci è stato già stato mostrato da Jim Jarmusch e raccontato da Michael Moore. La città ha dato i natali a Francis Ford Coppola (che li rivendica orgogliosamente aggiungendo quel Ford al suo nome), Madonna, Alice Cooper, i fratelli White (vediamo la casa di Jack in “Solo gli amanti sopravvivono”) e ad una scena musicale che negli anni Sessanta univa furore ed energia all’impegno politico, con gli MC5 di Fred “Sonic” Smith a tirare le fila. Un luogo importante, dunque, nell’immaginario e nella cultura americana.

Sui titoli di testa, un veloce inquadramento storico, accompagnato da tavole animate digitalmente: dopo la Guerra Civile, molti lavoratori afroamericani si riversarono in città in cerca di lavoro. Negli anni successivi furono confinati in due grandi quartieri in pieno centro, mentre i bianchi cominciavano a creare le loro suburbie di periferia con giardino e posto macchina. La brutalità della polizia fatalmente avrebbe prima o poi causato reazioni violente, che puntualmente avvennero, dopo l’ennesimo blitz in una festa privata terminato con l’arresto dei suoi partecipanti, il 23 luglio del 1967.

La Bigelow si prende il prologo e l’epilogo per allargare a dismisura il campo d’azione, per dare il contesto, facendo conflagrare due moltitudini l’un contro l’altra armate, senza personaggi principali, con un effetto straniante per il pubblico del Duemila ma debitore della grande stagione del personaggio/massa delle avanguardie russe degli anni Venti (che è anche lo stile adottato, recentemente, da Daniele Vicari per “Diaz”). Poi, pian piano, la Storia lascia il posto alle storie, e cominciamo a seguire la guardia giurata dal doppio lavoro Dismukes (John Boyega), il brutale poliziotto Krauss (Will Poulter) e la voce solista degli emergenti Dramatics Larry (Algee Smith), che si prenderà poi la scena in un finale intenso e straziante.

Tutto prende le mosse dal Fox Theatre, dove i Dramatics stanno per esibirsi: perché Detroit è anche la città della Motown di Berry Gordy, grande musica soul per palati anche (e soprattutto) bianchi. Nell’estate del 1967 non è più tempo di disimpegno, dell’illusione, dell’innocenza, ma bisogna prendere coscienza del proprio essere cittadini, neri e americani, e di come lottare perché i due aggettivi vengano finalmente fusi in uno. E la dura realtà spacca le finestre, sfonda le porte, umilia gli oppressi, non lascia il tempo di pensare.

Quando Bigelow rinchiude noi e i personaggi dietro le mura del motel, quando romanzare l’accaduto diventa inevitabile, ecco che assistiamo ad un’ora abbondante di cinema puro, padroneggiato alla perfezione dalla più grande cineasta del cinema moderno. Si esce dalla sala scossi, percossi dalle immagini come i protagonisti lo sono dai manganelli, indignati per una giustizia impossibile da esigere, affascinati dallo spettacolo brutale e virtuosistico senza mai nemmeno sfiorare la maniera.

In piedi contro il muro, con le mani alzate, con il peso gravoso e insostenibile di tutte le ingiustizie umane, si assiste ad un nuovo capitolo esaltante di cinema “civile” proveniente dall’autrice meno retorica del cinema Usa. Non capiamo come la critica d’oltreoceano abbia potuto esaltare “Dunkirk” (che non ha un grammo della forza di questo film) o preferisca sterili compitini “democrat” come le pellicole, di qualità altalenante, che hanno raggiunto la notte degli Oscar negli ultimi anni, e rimanere fredda di fronte a questo film bellissimo.

 

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