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  • Festa del Cinema di Roma 2017 — Hostages

    Diretto da Rezo Gigineishvili

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Proiettato all’interno della sezione “Tutti ne parlano” della Festa del Cinema di Roma 2017, e già in “Panorama” all’ultima Berlinale, “Hostages” del talentuoso e giovane cineasta georgiano Rezo Gigineishvili si è rivelata una delle visioni più interessanti e stimolanti di questa manifestazione che sta ormai giungendo al termine, al di fuori del drappello dei soliti noti. Unendo film di genere e denuncia, rinunciando ai dettagli con un racconto lacunoso nella prima parte per poi esplodere in un profluvio di dinamici piani sequenza al momento della resa dei conti, il regista e cosceneggiatore, finora autore perlopiù di commedie, racconta un famoso e sanguinoso fatto di cronaca curando le immagini e la loro resa, gli spazi e le proporzioni tra gli stessi con una cura che probabilmente non è esagerato definire maniacale: per la tenuta e la progressione narrativa, forse, meglio ripassare.

Georgia, 1983. La storia (vera) è quella di un gruppo di giovani che dirotta un aereo civile con l’intento di fuggire in Turchia. Quando un imprevisto costringe l’aereo ad atterrare senza varcare i confini della Georgia, il loro piano fallisce sfociando nella violenza di una tragedia nazionale. I protagonisti sono figli di famiglie appartenenti all’élite georgiana, aspiranti artisti, attori e medici, che sentono di appartenere al mondo occidentale, che percepiscono come un mondo pieno di opportunità.

Nel 1983, l’Unione Sovietica e, più in generale, tutto il blocco orientale sotto l’egida del Patto di Varsavia mostra già evidenti crepe che si amplieranno a dismisura di lì alla fine del decennio fino ad arrivare alla completa dissoluzione, che ebbe il suo passaggio più iconico e simbolico nell’abbattimento del Muro di Berlino nel novembre del 1989. La gioventù georgiana protagonista del film, aspettando solo qualche anno, si troverebbe a poter raggiungere il tanto agognato Occidente, ma loro non lo sanno, hanno la vitalità furiosa e illogica della gioventù e non vogliono aspettare. E allora si affidano ad una sorta di guru religioso per l’organizzazione di un piano squinternato, folle e di difficilissima realizzazione.

Gigineishvili non punta all’immedesimazione o all’empatia verso il suo drappello di protagonisti, lavora sulle sequenze, lasciando allo spettatore il compito di riempire i vuoti. Un bagno in mare, bruscamente interrotto da militari perché oltre l’orario consentito, un matrimonio, il sospetto della delazione che s’insinua come un tarlo nella mente e inquina i rapporti sociali. I maggiorenti del partito sono uomini brutti, anziani e occhialuti, specchio di un potere in decadenza, miope per consunzione e impossibilità di controllo assoluto, arroccato e sordo alle istanze dei propri cittadini.

L’opera diventa un thriller serrato quando ci si sposta sull’aereo, il regista muove benissimo la macchina da presa negli spazi stretti, organizzando una sequela di piani sequenza con un preciso senso filmico e con un’ottima gestione degli eventi e della consequenzialità tra gli stessi: è per questa parte che il film verrà ricordato, scalzando il Greengrass di “United 93″ come punto di riferimento per gli anni a venire.

Sono tutti “ostaggi”: i ragazzi che non riescono e vivere appieno la loro esistenza nonostante la provenienza altoborghese, i passeggeri dell’aereo ridotti a comparse e considerati sacrificabili dal loro governo (e la mente va al teatro Dubrovka di Mosca del 2002 e alla scuola elementare di Beslan nel settembre 2004, con centinaia di ostaggi massacrati dai blitz delle forze speciali russe), persino i genitori dei protagonisti che non sanno da che parte posizionarsi. In un finale struggente, l’aereo che era stato costretto bruscamente a tornare a terra prende finalmente il volo, un volo che, oggi lo sappiamo, non è diretto verso l’agognata libertà ma verso una nuova prigione, più grande, più subdola, dalla quale è impossibile tentare nuovamente di evadere.

 

 

 

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