Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2017 — Hostiles

La dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma apre i battenti con un western cupo, “moderno”, funereo più che crepuscolare, con un sottotesto politico che, nella seconda parte, prende decisamente il sopravvento diventando testo esibito e declamatorio: “Hostiles” di Scott Cooper, ex attore alla quarta regia di lungometraggio. La mano di Cooper risulta ancora una volta pesante e restìa alla sottigliezza, e svolge il compito con dedizione ma senza particolari svolazzi, con risultati comunque migliori della sua via al gangster movie (il pessimo “Black Mass” con Johnny Depp) e al biopic musicale di redenzione (“Crazy Heart”, che regalò l’Oscar a Jeff Bridges e al suo Bad Blake, un simil Johnny Cash di rara pochezza). Torna a lavorare con Christian Bale dopo “Il fuoco della vendetta”, già a Roma nell’edizione del 2013,  e gli consegna un ruolo difficile, in sottrazione, con un arco narrativo che procede a sbalzi passando per evidenti forzature: Bale indossa l’espressione dolente e la esibisce a richiesta, risultando comunque un valore aggiunto.

Ambientato nel 1892, racconta la storia di un leggendario capitano dell’esercito (Bale) che accetta con riluttanza di scortare un capo indiano in punto di morte (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natìe. I due rivali affrontano un lungo viaggio, mille miglia di cammino da Fort Berringer, un isolato accampamento del New Mexico, alle praterie del Montana. Durante il viaggio incontreranno una giovane vedova (Rosamund Pike), i cui cari sono stati assassinati in quelle pianure, e insieme dovranno sopravvivere al paesaggio spietato e alle ostili tribù Comanche.

Il modello di riferimento di Cooper, ancor più che il western classico, sembra essere il recente “The Homesman” di Tommy Lee Jones, in Concorso a Cannes nel 2014 e incredibilmente mai arrivato nelle sale italiane. Violenza ostentata, che non risparmia donne e bambini, e una cappa di tragicità soffocante che annulla l’epica nell’esistenzialismo, che abbandona l’archetipo per cercare l’uomo, che abbina geografie interiori complesse (all’apparenza) a paesaggi sconfinati. E’ anche una delle prime opere hollywoodiane di aperta contrapposizione al trumpismo imperante, che ci parla principalmente dell’importanza della pacificazione, del lasciarsi alle spalle le dure contrapposizioni per edificare un Paese finalmente libero dal sangue che ha fecondato e irrorato i terreni e inquinato irrimediabilmente i rapporti umani. Qui vediamo bianchi e pellerossa combattersi violentemente (ma sono gli ultimi focolai di resistenza per il popolo nativo), ma la vera sequenza chiave è quella in cui il capitano interpretato da Bale porge gli omaggi al suo attendente afroamericano, ferito in battaglia, decantandone le qualità e l’affidabilità.

Un film che fa della dilatazione la sua cifra narrativa e stilistica, che risulta estenuante in più di un momento, ma che trova al suo interno tre o quattro momenti che sono destinati probabilmente a rimanere: le sparatorie goffe e concitate, l’eleganza e la sacralità di OGNI movimento del grande Wes Studi, le cavalcate a strapiombo su paesaggi sconfinati che ricordano molto quelle de “La Compagnia dell’Anello” per composizione e angolo di ripresa.

Non funziona invece la progressione narrativa, che fa prendere svolte impensate ai personaggi nel giro di due scene, non funzionano le inesistenti caratterizzazioni dei personaggi di contorno, e, soprattutto, lascia basiti l’insipienza della vedova Quaid di Rosamund Pike che, in tempi di Wonder Woman e allieve padawan che imparano da sole le vie della Forza, riporta indietro le lancette di qualche decennio con la sua damigella in pericolo folle di dolore, pronta a riversare altrove il suo istinto materno.

Intenti lodevoli, realizzazione diseguale: non lo sconsigliamo, ma non siamo nemmeno così convinti di consigliarvene la visione.

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Contro

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