Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2017 — I, Tonya

I, Tonya“, in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2017, ci suggerisce una riflessione: periodicamente, nel mondo di Hollywood, c’è un attore o un attrice che è sulla bocca di tutti, una next big thing che si è fatta notare, ha riscosso grandi successi, e che è pronta a tentare la scalata all’ambita statuetta con un ruolo che metta in discussione quanto già visto fin ora (si ricordino le vicende filmiche di una Amy Adams o, più clamorose, di Eddie Redmayne).

Per Margot Robbie sembra essere  decisamente arrivato quel fatidico momento: dopo l’exploit scorsesiano di “The Wolf of Wall Street”, e il disastroso (ma non al botteghino) “Suicide Squad”, in cui tuttavia la sua Harley Quinn rimane tramandata ai posteri, la Robbie cambia le carte in tavola. Sotto la guida del versatile Craig Gillsespie (“Lars e una ragazza tutta sua”, “L’ultima tempesta”) si fa cucire addosso (anche in veste di produttrice) un ruolo che, se non porterà all’agognata statuetta, la lancerà sicuramente dritta tra le favorite.

Il plot prende le mosse da una delle più discusse e controverse vicende sportive (e di cronaca) degli anni ’90, che coinvolse la pattinatrice Tonya Harding che, nel ’94 fini sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per l’accusa di essere direttamente responsabile dell’aggressione a Nancy Carrigan, sua rivale in una competizione che avrebbe garantito ad una delle due, l’entrata nella squadra olimpica per le olimpiadi invernali di Lillyhammer. Tramite il sistema della falsa inchiesta (in stile Citizen Kane), e quindi con una serie di flashback e flashforward, entreremo nella vita di Tonya: il rapporto conflittuale con una madre iper-competitiva (una strepitosa Allison Janney), la relazione violenta con il suo compagno Jeff Gillooly, il classismo della Federazione del Pattinaggio degli Stati Uniti.

“I, Tonya” è la più classica delle parabole sul grande Sogno Americano, e sull’impossibilità della sua realizzazione. Tonya appartiene alla classe proletaria, viene definita come trash: cafona. Veste in maniera trasandata e dozzinale (anche nelle esibizioni), pattina al ritmo degli ZZ Top. Viene spinta e pressata fino all’inverosimile da una madre mostruosa ed anaffettiva, che non le riconosce mai un merito, perché è cosi che vanno le cose per quelli come loro, e si rivelerà tragicamente vero quando, dopo l’ennesima gara in cui i giudici non le accordano il punteggio meritato (pur avendo fatto cose che mai nessun’altra è riuscita a fare), le verrà mestamente confessato che lei “ha talento, ma non è quella l’America che la federazione vuole rappresentare”.

Nonostante l’amarezza della vicenda, la pellicola affronta i fatti senza gravitas: il tono è brillante, tragicomico. Stilisticamente , Gillespie si rifà al cinema americano “d’autore” più in voga negli ultimi anni. La scansione degli eventi con voice over insistito, personaggi che infrangono la quarta parete e musica rock onnipresente (anche troppo, presente) viene direttamente da American Hustle (e quindi, di rimando, da Scorsese). Nelle false interviste, la composizione dell’ inquadratura, con personaggio al centro (con forte utilizzo di make up) ed elementi scenografici che ne definiscono la personalità, ricorda molto Wes Anderson, e nel terzo atto, quando la vicenda assume toni più cupi, vengono chiamati in causa i fratelli Cohen, con l’utilizzo di momenti slapstick in un contesto puramente noir (probabilmente la parte più riuscita).

Capitolo a parte per le interpretazioni. Si avverte l’immensa preparazione che la Robbie deve aver fatto per affrontare questo ruolo, lavorando sul corpo, sulla gestualità, sui movimenti, e sul sorriso, quello che mostra ai giudici, alle telecamere, alla stampa, sicuro ma pronto ad infrangersi in mille pezzi da un momento all’altro, una vera finezza. Allison Jennings (madre degenere già nella sitcom Mom), è monolitica, caustica ma, in un paio d’inquadrature, riesce a farci scorgere una profonda sofferenza interiore soltanto con un piccolo fremito delle labbra.

Tirando le somme,  “I, Tonya” è un film non esente da problemi (derivativo, troppo lungo) ma il suo vero cuore è nella caratterizzazione dei personaggi: stupidi, cafoni e perdenti, ma ai quali non si può non voler bene.

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Contro

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