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Festa del Cinema di Roma 2017 | Insyriated | Intervista a Philippe Van Leeuw

Tra i film in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2017 c’era “Insyriated” del regista belga Philippe Van Leeuw: un film di guerra ambientato in una casa di Damasco, in Siria, dove un piccolo gruppo di persone vive rinchiuso per difendersi dalla violenza esterna. Una madre, un nonno, due figlie, una giovane coppia con un neonato: paura e isolamento, e una vita normale da portare avanti malgrado le pallottole e le bombe al di là delle finestre.

“Insyriated” soffre forse di una scrittura troppo fredda e programmatica, che percepire gli eventi in modo un po’ schematico, ma la rappresentazione della quotidianità alterata dalla guerra è senza dubbio efficace. Soprattutto perché, nelle intenzioni del regista, “Insyriated” deve essere un film popolare, in grado di parlare a chiunque.

Partiamo dal processo di scrittura: come ha sviluppato la storia di “Insyriated”?

La mia idea iniziale era affrontare l’argomento dello stupro come strumento di guerra, ma non sapevo come fare. Nel 2010 ho lavorato per un po’ a Beirut come direttore della fotografia, per due opere prime, e ho avuto modo di conoscere molte persone che avevano vissuto esperienze di guerra, tra cui una siriana che è diventata mia amica e che ho incontrato di nuovo due anni dopo a Parigi. Le ho chiesto notizie della sua famiglia e lei mi ha parlato di suo padre, che da tre settimane se ne stava rinchiuso nel suo appartamento, quasi completamente isolato. A quel punto la storia che volevo raccontare cominciava a prendere forma.

Dov’è stato girato “Insyriated” e quanto sono durate le riprese?

Abbiamo girato in Libano, a Beirut, per cinque settimane, precedute da una settimana di prove sul set con tutti gli attori. Temevo, non essendo siriano, di non essere legittimato a raccontare questa storia. L’autenticità è stata quindi il mio obiettivo primario: per questo ho scelto attori siriani, e per questo abbiamo girato a Beirut, perché era la location che più ci consentiva di avvicinarci alla Siria dal punto di vista sociale e culturale.

Com’è stato lavorare con gli attori, in particolare i più giovani?

È facile dirigere i bambini: o ti capiscono al volo, o non ti capiscono affatto, e in quel caso significa che non hai fatto la giusta scelta di casting. Girare un film non deve essere penoso per i bambini, è importante che si divertano, che si sentano coinvolti in qualcosa di positivo. Il ragazzo che interpreta Karim ad esempio, Elias Khatter, non aveva alcuna esperienza di recitazione teatrale, ma ha fatto un lavoro fantastico.

Da una parte i giovani, dall’altra il nonno, che pure ha un ruolo importante nel film.

Sì, amo molto il personaggio del nonno, lo sento vicino. Per me rappresenta il senso di disperazione di un’intera nazione: le rovine che guarda dalla finestra sono le rovine di una vita intera.

Come ha operato sulla casa a livello di inquadrature e movimenti di macchina?

Volevo che il film risultasse fluido, che avesse qualcosa di documentaristico, come se la vicenda si stesse svolgendo davanti ai nostri occhi: dal momento che l’azione è completamente bloccata in un’unico spazio, non potevo bloccare anche la macchina da presa. Non è stato facile, naturalmente, gestire dieci attori in uno spazio così piccolo. Abbiamo girato in un vero appartamento al quinto piano di un edificio, usando lenti di lunghezza focale media per poter stare vicini ai soggetti inquadrati, suggerendo una sensazione di claustrofobia. La direttrice della fotografia Virginie Surdej è stata bravissima, e poiché anch’io ho fatto in passato il suo stesso lavoro abbiamo potuto collaborare raggiungendo una grande sintonia.

E per quanto riguarda il sonoro?

Beirut è una città molto rumorosa e caotica, mentre la mia visione di un luogo di guerra è caratterizzata dal silenzio: niente più rumori, niente più traffico, è tutto fermo. Il sonoro di “Insyriated” ha rappresentato una vera sfida: è stato necessario sintetizzare appositamente dei suoni, ed eliminare i rumori di fondo dai dialoghi. La montatrice Gladys Joujou è libanese e ci ha dato molte indicazioni utili per ottenere un effetto realistico ed equilibrato.

Perché ha voluto anche una musica strumentale, composta da Jean-Luc Fafchamps,
come colonna sonora?

In realtà il film funzionava bene anche senza musica, ma in un paio di scene – ad esempio la panoramica iniziale che va dal nonno verso la porta – sentivo che sarebbe stata necessaria. Così come sui titoli di coda. Mi sembrava un modo per offrire un po’ di conforto agli spettatori, perché non volevo realizzare un film respingente, ma anzi accessibile a ogni tipo di pubblico.

Che tipo di reazioni avete avuto presentando il film in paesi diversi?

Reazioni incredibilmente positive. Finora abbiamo ricevuto quattro premi del pubblico, da Germania, Malta, Francia e Belgio. Ho incontrato anche molti siriani, alle varie proiezioni, e tutti mi hanno detto “questo è ciò che viviamo tutti i giorni, ciò che combattiamo, ciò da cui fuggiamo”: per me è molto toccante, è il complimento più grande visti i miei timori. Anzi, parlando con i siriani ho capito di essere, come straniero, in una buona posizione per raccontare questa storia, riuscendo a mantenere la giusta distanza.

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