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Festa del Cinema di Roma 2017 — La Selezione Ufficiale (prima parte)

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Darvi conto di ogni film della Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2017 tramite apposite recensioni è davvero un’impresa improba, credeteci sulla parola. Cinquanta titoli, proiezioni stampa con tre film in contemporanea e, soprattutto, la sensazione spesso di trovarsi davanti a fondi di magazzino di qualità variabile, che non hanno comunque nessuna speranza di vedere la sala. Quindi film che non vedrete probabilmente mai, e recensioni che di conseguenza non attirerebbero la vostra attenzione.

Come abbiamo pensato di ovviare alla questione? Accorpando alcuni film non proprio di cartello nell’articolo che state leggendo, analizzandoli agilmente e tentando di mettere un punto fermo a questa prima metà di festa/festival, tracciando un primo bilancio che poi completeremo nella seconda parte, che andrà on line a fine settimana. E’ un modo, comunque, per rispettare selezionatori e cineasti, perché, nonostante finora siano nettamente i più belli, non ci va di concentrarci soltanto sui titoli di maggior richiamo che stanno già riempiendo pagine e pagine di siti e giornali.

Partiamo, in rigoroso ordine alfabetico, da “Abracadabra” di Pablo Berger, coproduzione franco-belga-spagnola diretta dal talentuoso regista fattosi notare nel 2012 con “Blancanieves”. Questo nuovo film non è decisamente su quei livelli. Commedia nera con tinte grottesche, un tipo di cinema che ha sempre trovato terreno fertile in terra iberica (qualcuno ha detto Alex De la Iglesia?), ma dalle idee poco chiare sulla progressione narrativa. Carlos (Antonio de la Torre) è un marito burbero e distante, una sera l’incontro con il “solito” ipnotista per diletto permette all’anima in pena di un serial killer di entrare nel suo corpo; killer sì ma gentile, pulito, distinto, l’opposto del nostro Carlos. Un paio di sequenze oniriche indovinate, intervallate da cadute di stile e qualche sbavatura di montaggio, e la solita strepitosa e sensuale Maribel Verdù nel ruolo della moglie Carmen rendono comunque interessante la visione. Occasione parzialmente sprecata.

Continuiamo, e nel frattempo l’ordine temporale di presentazione qui alla Festa ha sostituito l’ordine alfabetico, con “Mon garçon” di Christian Carion, un piccolo thriller di discreta fattura e basso budget, che riesce ad avere come protagonisti due stelle transalpine, Mélanie Laurent e soprattutto Guillaume Canet, che si aggira sperduto in solitaria alla ricerca del figlio scomparso con l’aria di non sapere bene perché. Poi il regista spiega che Canet aveva una settimana libera per fare il film, che ha girato molte scene quando gli altri attori erano già tornati a casa, e tutto un po’ si spiega. Il film è una sorta di “Gravity”, un padre che tenta di recuperare un rapporto perduto attraverso l’atto eroico del salvataggio dell’erede da una banda di non meglio specificati criminali. Il finale c’instilla il dubbio, riscatta alcune lungaggini di troppo, e ci manda a casa discretamente soddisfatti. Appena poco più di una prima serata su Rai2 il sabato sera, comunque.

Passiamo all’olandese “In Blue” di Jaap van Heusden, altro caso curioso di film olandese prodotto con soldi belgi e ambientato principalmente in Romania. Due vite diverse, distanti, opposte, entrano violentemente in collisione tramite un incidente automobilistico, instaurando un rapporto particolarissimo di amicizia e amore (filiale e carnale) al contempo. La borghesissima assistente di volo Lin s’incontra spesso con il quindicenne solo e senza casa Nicu, si fa portare in giro per la capitale rumena, gli fa regali. Nicu vive una quotidianità infernale: dorme in un maleodorante sotterraneo pieno di eroinomani all’ultimo stadio della tossicodipendenza, pratica sesso orale ad uomini anziani nei bagni della stazione, ha una sorellina rinchiusa in un collegio/orfanotrofio che va a trovare nottetempo. Il rapporto tra i due non batterà strade consuete, ma il regista perde l’occasione di esplorare a fondo i luoghi narrati, rimanendo distante dal realismo senza peraltro eccellere in rappresentazione. Altra occasione in buona parte sprecata.

Gli spazi sono tiranni, e ci tocca quindi parlare più brevemente degli ultimi due film. “The Hungry” di Bonila Chatterjee è il “Tito Andronico” di Shakespeare in versione indiana, attualizzato e adattato ai naturali cambiamenti temporali e culturali. Due grandi famiglie d’imprenditori, una fusione favorita da un matrimonio, tradimenti, doppi giochi, sangue a fiumi. Se non fosse per la confusionaria parte iniziale, e per una certa staticità a circa tre quarti di proiezione, grideremmo davvero al miracolo: rimane comunque un film riuscito, rigoroso e splendidamente fotografato, senz’alcuna concessione bollywoodiana al musical (e questo per noi amanti del kitsch e dei film musicali è un difetto, sia chiaro, ma so che molti di voi apprezzeranno). “Who We Are Now” di Matthew Newton è un legal drama statunitense centrato sulle marginalità, della società e del casting (permetteteci l’ironia). Una sorpresa rivedere Jason Biggs Lea Thompson dopo tanto tempo e constatare che anche gli Zachary Quinto di questo mondo devono accettare particine “indie” di pura caratterizzazione dopo i fasti di Star Trek. Bravissime le due protagoniste, Julianne Nicholson Emma Roberts, personaggi e caratteri ben scritti e delineati, qualche verbosità di troppo, troppo lungo nelle premesse e sbrigativo nella risoluzione, ma una visione che ci lascia comunque soddisfatti.

Insomma, avete capito: cinema medio, di livello altalenante, spesso neanche in anteprima mondiale. Specchio di una Selezione che sembra andare un po’ a naso e a caso, poco attenta alla qualità e più alla correttezza geopolitica, prendendo qualcosa da tutte le aree (Africa inspiegabilmente a parte). Tireremo le somme in maniera più approfondita alla fine, voi continuate a seguirci e non perderete (quasi) nulla della 12ma edizione della Festa del Cinema di Roma.

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