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  • Festa del Cinema di Roma 2017 — The Breadwinner

    Diretto da Nora Twomey

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Di Nora Twomey, regista del film animato “The Breadwinner” presentato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città, avevamo parlato tre anni fa nella stessa occasione festivaliera: c’era anche lei infatti dietro al meraviglioso “Song of the Sea” di Tomm Moore, visto in Alice e poi candidato agli Oscar.

Nel 1999 Twomey ha fondato, insieme a Tomm Moore (sua la regia di “Song of the Sea”) e Paul Young, lo studio d’animazione Cartoon Saloon con sede a Kilkenny, in Irlanda. Il loro primo lungometraggio è stato “The Secret of Kells”, co-diretto da Moore-Twomey nel 2013, e se avete esplorato la sezione Kids di Netflix avrete forse notato la serie “Puffin Rock”, che parla di ecologia ai bambini con grande dolcezza (e bellissimi sfondi naturalistici).

“The Breadwinner” è una co-produzione tra Cartoon Saloon, la società canadese Aircraft Pictures e la Melusine Production del Lussemburgo; tra i produttori esecutivi figura invece – ed è questo uno dei motivi che hanno fatto più parlare del film, presentato in anteprima a Toronto il mese scorso – Angelina Jolie con la sua Jolie Pas. All’origine del progetto c’è l’omonimo romanzo per ragazzi (pubblicato in Italia col titolo “Sotto il burqa”, e primo di una serie) della canadese Deborah Ellis: Parvana, undici anni, vive nell’Afghanistan sottoposto al regime dei talebani; quando il padre viene arrestato, la ragazzina veste abiti maschili per uscire di casa (le donne non possono farlo, se non accompagnate da parenti uomini e comunque coperte dal burqa) e provvedere al sostentamento della famiglia.

Se il libro aveva un problema, oltre alla poca vivacità di una trama in più punti malgestita, stava nello sguardo troppo esterno dell’autrice: Deborah Ellis ha viaggiato e frequentato a lungo i luoghi che racconta, è vero, ma il suo racconto si rivolge a giovani lettori americani, con un linguaggio altrettanto americano, che rende inautentico il punto di vista di Parvana al quale la storia, sia pure narrata in terza persona, è affidata.

Il film di Nora Twomey pone rimedio, almeno in parte, a questa carenza, mettendo insieme un team molto variegato per provenienza culturale e formazione personale: gli art director sono due, l’irlandese Ciaran Duffy e l’iraniano Reza Riahi; la sceneggiatrice Anita Doron, presente qui alla Festa del Cinema, è nata in una regione dell’Ucraina quando l’Unione Sovietica era ancora in piedi; musicisti afghani hanno collaborato alla colonna sonora di Mychael e Jeff Danna; e le ricerche sulla cultura locale, in particolare quella visiva e quella favolistica legata alle forme di racconto orali, sono state molto accurate.

A differenza del precedente “Song of the Sea”, dove gli elementi folkloristici (irlandesi, in quel caso) si fondevano a quelli del quotidiano dando forma a una dimensione in cui umano e soprannaturale convivono armoniosamente (cfr. “Il mito della Selkie in Song of the Sea”), in “The Breadwinner” l’ambientazione è drammaticamente realistica, e non ci sono fairies che possano venire in soccorso di Parvana. L’unica via di fuga dalla violenza talebana è mentale, e sta nella capacità di inventare e raccontare storie: tra le vicende vissute da Parvana, il film incastra così un racconto-nel-racconto, animato con una tecnica digitale che simula il cut-out (cioè l’animazione fatta con i ritagli di carta – tra i primi utilizzatori cinematografici c’è stata Lotte Reineger con “Le avventure del Principe Achmed”, che Nora Twomey ha più volte citato come punto di riferimento artistico).

La storia che Parvana racconta a se stessa, alla propria famiglia, e a noi, assume gradualmente una qualità onirica, perché include, proprio come nei sogni, frammenti dolorosi e spaventosi di realtà che si ripresentano in forma diversa, una forma in cui, a differenza della vita vera, si può rintracciare un senso e una possibilità di speranza.

Il “The Breadwinner” di Nora Twomey acquista così una leggerezza, una vocazione all’avventura, all’immaginazione e al gioco che non troviamo tra le pagine di Deborah Ellis, ma che sono indispensabili se ci si vuole rivolgere anche a un pubblico di giovanissimi. Anche sulla trasformazione di genere utilizzata da Parvana come strumento di sopravvivenza, il film non applica troppi ragionamenti o spiegazioni adulte: bambina o bambino, Parvana (come anche la sua amica Shauzia, personaggio bellissimo) è innanzitutto un piccolo essere umano che rivendica la dignità di compiere azioni, prendere decisioni e dare una direzione alla propria vita, al di là del nome assunto alla nascita e dell’involucro fisico nel quale si viene al mondo.

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