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  • Festa del Cinema di Roma 2017 — The Place

    Diretto da Paolo Genovese

    Data di uscita: 09-11-2017

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È stato presentato in chiusura, tra i film in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2017, “The Place”, il nuovo film di Paolo Genovese, il regista che appena l’anno scorso aveva vinto il David di Donatello e il Nastro d’Argento (e molti altri riconoscimenti) grazie a “Perfetti Sconosciuti”.

L’uso di un cast ricco e traboccante è sempre la cifra con cui inscena le sue storie (ne fanno parte Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Rocco Papaleo, Sabrina Ferilli, Vinicio Marchioni, Vittoria Puccini, Alba Rohrwacher, Alessandro Borghi, Giulia Lazzarini, Silvia D’Amico e Silvio Muccino). E proprio da quel “Perfetti Sconosciuti” ha iniziato a saperne sfruttare talento e romanità, con le giuste dosi di ordine estetico e scoperchiature di vasi di Pandora.

Ma questa volta, evidentemente, con “The Place” Paolo Genovese ha proprio dato sfogo a determinati temi che nel corso di questi anni si sono lentamente fatti largo nei suoi film. Ispirandosi alla serie statunitense “The Booth at the End” del 2010, ha riproposto una scenografia statica: tutto si svolge al tavolino di un bar – il cui nome è proprio “The Place” – a cui resta inchiodato un Valerio Mastandrea ideale nelle sue espressioni limitate quanto efficacissime nella loro durezza e impassibilità.

Ad alternarsi sono gli avventori, non del bar, ma della sedia posta di fronte a Mastandrea, mentre il locale funge solo da contenitore. Ed ognuno di essi, alternandosi a ritmo serrato, esprime all’uomo un’infinità di richieste, desideri, bisogni laceranti, più o meno scabrosi, che lui garantisce in modo assoluto di fargli ottenere, a patto che tutti, a loro volta, assolvano un compito, per lo più intollerabile.

È un personaggio senza nemmeno un nome, una figura quasi mitologica, che, con un’agenda nera consunta, annota ogni parola che gli viene detta, ascoltando privo di giudizio paure, frustrazioni, dettagli su dettagli sulla preparazione dei doveri assegnati a ciascuno, dei quali segue – soprattutto – l’evoluzione.
E quello che ne viene fuori è una fitta rete di azioni, incastrate l’una nell’altra, speculari, che l’uomo al tavolo del bar intreccia, guida, con le sue continue domande accomodanti, accoglienti, al limite del materno. Ma i sottili fili che tira, giocano a spurgare le verità più profonde e buie di tutti.

Paolo Genovese scende nelle caverne dell’animo, tortura spingendo allo stremo i suoi protagonisti, fino ad obbligarli a chiedersi sempre, costantemente, se vogliono mollare, qual è il limite massimo a cui arriverebbero pur di soddisfare le loro necessità. Quale prezzo son disposti davvero a pagare per agguantare l’agognato sogno.
Non esclude, insomma, nessun colpo, e come geyser esplodono reazioni ed eventi. Perché il controllo, fondamentalmente, non può essere sotto la gestione di nessuno.

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