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  • Festa del Cinema di Roma 2017 — Trouble No More

    Diretto da Jennifer Lebeau

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In occasione del lancio sul mercato del tredicesimo volume delle “Bootleg Series” di Bob Dylan, che prende in considerazione  il triennio ’79 -’81, i cosiddetti “anni della rinascita” e della svolta cristiana, viene presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017 il documentario di Jennifer LebeauTrouble No More”. Film concerto basato sui ritrovamenti di rarissimi spezzoni filmati riguardanti il tour del “gospel period”, e che fa riferimento ai dischi “Slow Train Coming”, “Saved” e “Shoot of Love” (e che ovviamente uscirà sul mercato in un cofanetto deluxe contenente, oltre al film, nove dischi di estratti live).

Levata di mezzo la parte commerciale dell’operazione, è opportuno fare qualche considerazione per avvertire il lettore, se dovesse mai ritrovarsi tra le mani questo prodotto audiovisivo. Innanzitutto, questa è un’opera per  i “già iniziati al culto”. Se conoscete Dylan soltanto per “Blowin’ in The Wind” o “Like a Rolling Stone”, potete tranquillamente rivolgervi altrove, magari recuperando il torrenziale documentario di Scorsese “No Direction Home” (facendolo seguire immediatamente alla visione del fondamentale “Io non Sono Qui” di Todd Haynes, per avere una percezione più ampia delle mille sfaccettature della personalità di questo enorme artista). Non troverete nessuna delle sue canzoni più celebri, Dylan è un uomo profondamente radicato nel (suo) presente, e quindi, questo tour è dedicato soltanto ai tre dischi succitati (non esattamente tra i più conosciuti). Non ci sono interviste o approfondimenti, nessuna aneddotica d’accatto, sarebbe d’altronde inutile cercare di penetrare il mistero dei processi mentali di un personaggio che è sempre andato per la sua strada, rimanendo fedele sempre e solo a se stesso (se non con le parole del diretto interessato, come ha fatto Scorsese nell’arco di dieci anni).

Cos’è, allora, “Trouble No More”? E’ un documento, che testimonia uno dei tanti cambi di maschera nella carriera (e nella vita) di uno dei più grandi artisti di sempre. Dopo il menestrello di strada che annunciava che qualcosa stava cambiando, il cavaliere elettrico e poeta beat che riversava sul pubblico la sua stralunata poesia satura di lancinanti feedback, il Pierrot girovago che portava in giro la sua carovana per le strade d’America (gli anni del “Rolling Thunder Revue”), è questo il momento del Predicatore rinato, che canta il Verbo dei giusti. Negli anni del fallimento delle politiche liberazioniste di Jimmy Carter, e quindi con l’avvento dell’ era dell’edonismo Reaganiano alle porte, Dylan deve aver capito di nuovo che i tempi stavano cambiando (in peggio),  decidendo di rifugiarsi in una spiritualità che è fede nell’Uomo, oltre che in Dio (“You Gotta Serve Somebody”)

I footage ci svelano un Dylan pacificato, lo si può vedere dall”espressione del suo volto, aperta e distesa, da come si muove agilmente sul palco, interagendo col pubblico, assumendo (divertite) pose da predicatore ieratico. E poi, al di là delle interpretazioni e delle intenzioni, alla fine è la musica che conta. Dylan non è mai stato cosi “nero” come in quegli anni. Questa sua “rinascita spirituale” lo porta ad annaffiare le sue composizioni con poderose dosi di gospel e dei suoi figli prediletti: il blues ed il soul. Il chitarrista Fred Tackett (dei Little Feat) snocciola assoli lancinanti pervaso dallo spirito di B.B. King, il bassista Tim Drummond sembra posseduto da un demone per come si agita come un tarantolato, e con l’ausilio del preciso e poderoso drumming di Jim Keltner tirano fuori un groove devastante, che accompagna alla perfezione la performance di un Dylan vocalmente mai cosi maturo e profondo. E quando, per l’unica volta, prende la sua fidata armonica per un lungo, sbilenco, eppure meraviglioso assolo, sembra che per davvero Dylan stia entrando in connessione con qualcosa che va al di là della nostra comprensione.

Tra uno spezzone di concerto e l’altro la Lebeau utilizza un espediente interessante per tenere le fila del discorso. Michael Shannon interpreta un predicatore (con adesione perfetta, vogliamo vederlo al più presto in questo ruolo in un lungometraggio) che declama sermoni sull’ipocrisia dell’uomo, e su come può però ancora esserci ancora speranza di redenzione. Questi sermoni, scritti da Luc Sante sulla base di ricerche su veri sermoni di veri predicatori, scritti e declamati dagli anni Venti in poi, fungono da indovinato contrappunto ai testi delle canzoni, senza volerli spiegare, piuttosto amplificandone le suggestioni, dando all’intera opera il tono di una vera celebrazione.

 

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