Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2018 — Boy Erased

Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Garrard Conley e basato, di conseguenza, su una storia vera, “Boy Erased” segna il ritorno alla regia dell’attore Joel Edgerton, dopo l’interessante esordio con il thriller “Regali da uno sconosciuto – The Gift”. Non è, purtroppo, dello stesso livello questa nuova opera, presentata nella sezione “Tutti ne parlano” della Festa del Cinema di Roma 2018.

Ci rendiamo perfettamente conto dei motivi per i quali è stato preso dal direttore della Festa Antonio Monda e dal suo staff: un film dove il Tema con la T maiuscola sovrasta il Cinema, da sbandierare come scelta progressista (nella stessa sezione è presente anche “The Miseducation of Cameron Post”, stesso argomento) e politica prima ancora che qualitativa o artistica. Ma qual è, dunque, questo tema?

Jared (Lucas Hedges), figlio di un pastore battista (Russell Crowe) di una piccola città americana, a diciannove anni rivela ai genitori di essere omosessuale. Il ragazzo a quel punto si ritrova a un bivio: sottoporsi a una terapia di rieducazione sessuale o venire esiliato ed emarginato dalla sua famiglia, dai suoi amici e dover rinunciare alla sua fede. Costretto a mettere in discussione ogni aspetto della propria identità, Jared accetta, tra mille dubbi, di cominciare la terapia.

Il cast ampio e ben utilizzato (oltre allo stesso Edgerton del ruolo dell’educatore, troviamo anche Nicole Kidman, Flea Xavier Dolan) contribuisce a nobilitare un’operazione fin troppo programmatica per scaldare davvero il cuore, attenta a dosare con il bilancino emozioni (scarse) e denuncia (all’acqua di rose). Nulla è contestualizzato, il campo non si allarga mai alla società che produce queste storture medioevali, il percorso emotivo di Jared passa da alcune tappe obbligate non lasciando mai spazio ad uno scarto, a qualcosa di sorprendente che tenga desta l’attenzione.

La baracca, come già detto, la salvano gli interpreti. I genitori Crowe e Kidman (specie il primo) sono in parte e ce la mettono tutta, Flea (in vacanza dai Red Hot Chili Peppers) tratteggia un laido educatore che si fa ricordare, come Edgerton. Ma è la successione degli eventi a non essere dosata a dovere: lunghe premesse, poco spazio alla recrudescenza del percorso educativo, affidata in pratica soltanto ad una lunga sequenza dove si punisce il “Palla di lardo” della situazione, che poi (non) terminerà il film proprio come pensate. Il faccia a faccia finale tra padre e figlio, invece, inaspettatamente funziona, nonostante gli svolazzi in colonna sonora facciano presagire il peggio.

Sul fronte registico la pura confezione di Edgerton lascia spazio ad una grande idea di messa in scena in una sola sequenza: al tavolo da pranzo, genitori, vescovo e vicino di casa “con lo stesso problema” pregano tenendosi per mano e invitando il ragazzo a chiudere il cerchio, faro a illuminare la tavola e Jared lasciando in penombra tutti gli altri, con la camera che inquadra il tutto dalla finestra e poi si allontana, lentamente. Non può certo bastare, naturalmente.

In conclusione, se cercate lacrime facili e altrettanto facile indignazione è il film che fa per voi. Astenersi tutti gli altri, esclusi omofobi e veterocattolici, ai quali andrebbe somministrato proprio all’interno di una controterapia tesa a farli finalmente rinsavire e piombare nel XXI secolo. Crediamo non sarebbe un metodo efficace, almeno quanto i libercoli morali presentati come libri di testo nella comunità, pieni di strafalcioni ed errori grammaticali.

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Contro

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