Home > Recensioni > Festa del Cinema di Roma 2018 — Fahrenheit 11/9
  • Festa del Cinema di Roma 2018 — Fahrenheit 11/9

    Diretto da Michael Moore

    Data di uscita: 22-10-2018

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2018, e in sala per un’uscita speciale proprio in questi giorni (22-24 ottobre), “Fahrenheit 11/9″ è l’aggiornamento/seguito di Michael Moore al suo pluripremiato “Fahrenheit 9/11″ (che aveva le due cifre del titolo invertite, lì l’11 settembre, qui il 9 novembre, il giorno dell’elezione di Donald Trump alla carica di 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America). Sono passati quattordici anni da quel film, volenti o nolenti, epocale, Palma d’Oro al Festival di Cannes e incassi da blockbuster in tutto il mondo, ed è cambiato molto, forse tutto, nel mondo, nella politica, nella ricezione del prodotto audiovisivo da parte del pubblico. Uscita in patria in un gran numero di copie, questa nuova opera ha portato a casa, finora, numeri miseri, perché il mondo non è più quello del 2004, e il documentarista impegnato (in Italia fu Sabina Guzzanti, per un breve periodo, a portare la bandiera) non è più percepito come un riferimento da seguire, ma come un abile spacciatore di retorica. Sarà l’avvento massivo dei social, o la disillusione causata dalla connessione continua con il mondo attraverso gli smartphone, che anestetizzano la capacità d’indignazione dell’opinione pubblica con l’illusione della totale libertà d’espressione, fatto sta che il cinema del regista originario di Flint, nel Michigan, sembra irrimediabilmente invecchiato, e male, anche al di là degli effettivi demeriti di un’opera accorata e appassionata.

Lo sguardo sarcastico di Moore però è ancora tale, e il suo affresco liberal e anticonservatore non prende di mira solo l’amministrazione degli Stati Uniti, ma anche le politiche dei due schieramenti (ebbene sì, anche di quello democratico) che hanno portato all’attuale situazione politica. Che, e Moore lo proclama fin da subito, è MOLTO peggiore di quella successiva all’attentato al World Trade Center, nonché diretta conseguenza.

Vari film in uno, non sempre ben amalgamati tra loro, come da tradizione nel cinema di Moore: un’analisi ironica, lucida e puntuale sulle elezioni presidenziali del 2016 (il segmento decisamente più riuscito), il “particolare” dell’allucinante situazione relativa all’acqua pubblica nella sua Flint, e la ricerca di una soluzione attraverso la presentazione di una nuova classe politica e sociale, con alcuni esempi di giovani impegnati a riprendersi il mondo e il Paese. Non un Paese da restaurare ma da rifondare per l’ennesima volta, perché l’America ideale, quella del Sogno, delle porte aperte al mondo, non è forse mai esistita.

Nella parte finale si fa strada una visione apocalittica del futuro prossimo (Moore non è l’unico a pensarlo, vedasi, quando e se uscirà, il bellissimo “American Dharma” di Errol Morris), nichilista e disperata, e l’avanzata del Male assoluto sembra senza soluzione. In una cavalcata di due ore con pochi cali di ritmo (ma quelli presenti sono mortiferi e sfiorano la pornografia del dolore in un paio d’occasioni) e una miriade d’informazioni veicolate attraverso un apparato narrativo teso a presentare come “fatti” anche interpretazioni personali, non si può non essere completamente dalla parte di Moore per gli intenti del suo pamphlet, per il suo collaudato stile che presenta (caso più unico che raro) una voce narrante, la sua, perenne ma non invasiva, che spiega, narra, chiarisce, pontifica.

Conoscerete tante cose “nuove”, o che almeno lo erano per chi vi scrive, su Obama, Sanders, Clinton family, ma il protagonista è soprattutto lui, The Donald, colpito ferocemente in ogni modo possibile. Iniziale sottovalutazione, sconcerto nella notte elettorale che in poche ore ribalta un risultato che sembrava già scritto, veloce excursus sul suo passato. Vi dico solo questo, per invogliarvi ad andare in sala: sapete di chi è la colpa, involontaria, dell’ascesa politica di Trump? Di Gwen Stefani! Arrabbiato con la Cbs, che passava alla ex leader dei No Doubt un compenso maggiore del suo (una giudice a “X-Factor”, l’altro conduttore di “The Apprentice”), il Nostro decide di sottoporsi ad un bagno di popolarità con tre comizi, pagati dal figlio, pieni di truppe cammellate che sventolano bandierine, come prova di forza per testimoniare la sua popolarità. Il resto, purtroppo, è storia …

Pro

Contro

Scroll To Top