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  • Festa del Cinema di Roma 2018 — Se la strada potesse parlare

    Diretto da Barry Jenkins

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Dopo il fortunato “Moonlight“, la Festa del Cinema di Roma 2018 propone in Selezione Ufficiale il nuovo film di Barry Jenkins: tratto dal romanzo omonimo di James Baldwin, “If Beale Street Could Talk” (in Italia uscirà distribuito da Lucky Red col titolo “Se la strada potesse parlare“) mette in scena una storia d’amore e ingiustizia nella New York degli anni 70.

L’amore è quello tra i giovani Trish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James), legati da un profondo affetto fin dall’infanzia; l’ingiustizia è quella che subisce Fonny quando, condannato per un crimine che non ha commesso, finisce in prigione. Trish e la sua famiglia faranno di tutto per dimostrarne l’innocenza, ma per un ragazzo nero, agli occhi delle forze dell’ordine e della società bianca, la colpevolezza è scritta nel colore della pelle.

L’origine letteraria di “Se la strada potesse parlare” (il romanzo di Baldwin qui da noi è pubblicato da Fandango) rappresenta per il film un punto debole e allo stesso tempo di forza: debole perché certe emozioni e certi pensieri il cinema dovrebbe evocarli attraverso le immagini, mentre in più di un punto la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, si affanna a dire le cose — anche attraverso la voce narrante di Trish — invece di mostrarle. Ed è un peccato, perché lo sguardo di Barry Jenkins possiede un lirismo e un’attenzione ai volti, ai colori, alla costruzione delle inquadrature (spesso frontali, a schiacciare ma anche a far risaltare sullo sfondo le figure dei protagonisti) che, se ben incanalati, sanno essere efficaci ed espressivi.

D’altra parte però, e questo è il punto di forza, la passione di Jenkins per il testo di partenza — che il regista definisce «dettagliatissimo» — traspare nella ricchezza delle situazioni e dei rapporti interpersonali che “Beale Street” porta sullo schermo, una ricchezza che potrebbe apparire come superficialmente sentimentale ma che serve all’autore per chiarire questioni storiche e sociali non banali: quella «poesia degli scambi interrelazionali che, per la gente di colore, funge da paraurti rendendo meritevole l’esistenza di essere sopportata» (così Jenkins nelle note di regia) non è retorica familista, ma una precisa presa di posizione politica. In un contesto che crea deliberatamente disuguaglianza e priva una parte dei cittadini di diritti che per l’altra parte sarebbero scontati, la solidarietà tra membri della stessa comunità e l’orgoglio della propria diversità (c’è grande, amorevole cura nella caratterizzazione estetica dei personaggi, dai vestiti alle pettinature) sono fattori di resistenza, se non di sopravvivenza.

A questo proposito, Jenkins in conferenza stampa cita lo scrittore statunitense Ta-Nehisi Coates: «è stato definito da più parti il nuovo James Baldwin e ha scritto proprio di questo sentimento che i genitori neri provano alla nascita di un figlio. Sanno che quel figlio, per il fatto stesso di essere nato, è in pericolo, perciò il loro istinto non sarà quello di dargli libertà ma di proteggerlo».

Il discorso sull’identità che in “Moonlight” era individuale (i tre nomi e le trasformazioni fisiche del protagonista) qui diventa collettivo, e perde così un po’ di immediatezza nella presa emotiva, ma resta rilevante tanto per gli anni in cui James Baldwin scriveva quanto per i nostri.

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