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  • Festa del Cinema di Roma 2018 — The Miseducation of Cameron Post

    Diretto da Desiree Akhavan

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Alla Festa del Cinema di Roma 2018, per la sezione Tutti Ne Parlano, è stato presentato “The Miseducation of Cameron Post”, il nuovo film di Desiree Akhavan, regista statunitense di origine iraniana. La pellicola, reduce del Gran Premio della Giuria al Sundance Festival di quest’anno, è il secondo prodotto della 34enne – dopo “Appropriate Behavior” del 2014, nel quale aveva anche recitato – ed è un adattamento del libro di Emily M. Danforth, che racconta la storia della Cameron del titolo (Chloë Grace Moretz): un’adolescente che viene condotta dalla zia in un centro immerso nel verde dello Stato del Montana allo scopo di essere “rieducata” all’eterosessualità.

La ragazza, durante il consueto ballo scolastico di fine anno americano, viene infatti sorpresa dal fidanzatino nei posti dietro di un’auto ad amoreggiare con una sua amica. La vicenda resta pressoché senza conseguenze per l’amante Coley (Quinn Shephard), ma vede invece Cameron trascinata, appunto, nella struttura denominata God’s Promise, gestita da due fratelli: la dottoressa Lydia Marsh (Jennifer Ehle) e il reverendo Rick (John Gallagher Jr).

Il punto di forza, nonché leva portante, della riuscita del film di Desiree Akhavan è senz’altro la tematica. La regista non è nuova ad argomenti che trattino con sensibilità delle fatiche vissute a causa dei pregiudizi sull’omosessualità, e in effetti “La Diseducazione di Cameron Post” in tal senso trova terreno assai fertile e sviluppa ogni personaggio – specialmente i direttori della “rehab” – dedicandogli poche essenziali caratteristiche senza scavarne le storie o dedicarne qualche ragione in più, eccezion fatta per la protagonista, naturalmente.

Il film ruota così attorno a Cameron e altri due giovani reclusi (Sasha Lane e Forrest Goodluck) con i quali lei stringe un legame d’amicizia salvifico, che sembrano essere incredibilmente consapevoli e strutturati nella libertà della percezione di sé, totalmente inscalfibili dalla violenza psicologica del programma di “recupero”.

Alla fine sembra quasi che l’occhio della regista scivoli più nella ridicolizzazione di quel fragile mondo adulto, piuttosto che di denuncia sugli effetti nel mondo adolescente, così solido su se stesso.
E sarebbe bello che, di fronte al delirio dell’oppressione come metodologia per elidere ciò che esula dalle aspettative del sogno americano, la reazione di ogni giovane fosse (e fosse stata) proprio quella: un’incrollabile certezza della propria bellezza innata.

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