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  • Festa del Cinema di Roma 2018 — The Old Man & the Gun

    Diretto da David Lowery

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Pare proprio che, in questo momento storico, si debbano fare i conti con le grandi icone cinematografiche del passato. Nel momento in cui Clint Eastwood decide di rimettere in gioco il suo corpo ed il suo sguardo davanti alla macchina da presa (nell’attesissimo “The Mule”), Robert Redford, altro corpo cinematografico fondamentale del ventesimo secolo, icona e paladino di un certo sistema di valori, decide di uscire di scena: due attitudini, due modi di recitare (e di dirigere), due Americhe diametralmente all’opposto. Che questo sia soltanto un caso, o un segno degno dell’epoca che stiamo vivendo, solo il tempo può dircelo. Nel frattempo, il canto del cigno di mr. Redford - “The Old Man & The Gun“, diretto da David Lowery – lo abbiamo visto qui, alla 13a Festa Del Cinema di Roma.

Seguiamo la storia “parzialmente vera” (ci avvisa una didascalia all’inizio del film) di Forrest Tucker (Robert Redford), criminale, ladro gentiluomo che ha trascorso la maggior parte della sua vita tra rapine in banca ed evasioni dal carcere (le vedremo tutte, in una delle scene più riuscite della pellicola). In particolare, il periodo dall’ ’80 all’ ’82, gli anni del suo crepuscolo, quando le autorità e i mass media si interessarono a lui e alla sua banda. Il detective John Hunt (Casey Affleck) gli dà instancabilmente la caccia, affascinato dall’impegno non violento profuso da Forrest nel suo mestiere (non usa mai la pistola). Ad aiutarlo, i suoi compari Waller (Tom Waits) e Teddy (Danny Glover), ed una donna, incontrata sul ciglio della strada (Sissy Spacek) che, forse, imprimerà una svolta radicale alla sua vita.

Impossibile non legare a doppio filo la vicenda dell’amabile furfante Tucker a quella del suo interprete, le cui uniche armi sono il sorriso, i modi gentili, e quegli intensi occhi azzurri, ancora vivissimi, all’interno di un volto profondamente solcato dal tempo. Ecco che quindi, “The Old Man & The Gun”, oltre che un sentito omaggio alla carriera di Robert Redford, diventa un’elegia verso un modo di fare cinema che, forse, è destinato a scomparire definitivamente, proprio come farà quell’amabile faccia da schiaffi, dopo la fine dei titoli di coda.

L’incipit è folgorante. Dopo una rapina in baca, gestita con fare da gentiluomo, Tucker/Redford fugge in automobile, e si ritrova a percorre una strada desolata, al tramonto. Siamo negli anni ’80, ma la fotografia, la grana della luce, rimanda esplicitamente alle pellicole di Arthur Penn. Sul ciglio della strada, ferma, vicino alla sua auto in panne, c’è una donna. Lui si ferma, scende per aiutarla, e scopriamo che la donna in questione è Sissy Spacek, altra icona intramontabile di un cinema che non c’è più. La carica in auto, e si fermano in un diner polveroso. Cominciano a chiacchierare, a stuzzicarsi a vicenda sulla loro età e sul tempo che passa. Lei vive in un ranch, possiede dei cavalli, lui risponde che non ha mai cavalcato, e noi, con l’immagine del Sundance Kid ben impressa nella memoria, ridiamo amaramente. Lowery imprime a questa scena un timing, perfetto, placido, la camera inquadra entrambi entrambi in campo medio a per molto tempo, lasciandoli a briglia sciolta, la chimica tra i due è perfetta, li guarderesti per ore.

Solo questo momento di cinema meraviglioso, varrebbe il prezzo del biglietto, e va detto che, purtroppo, il resto del film non rimane su queste vette. La tensione narrativa, sopratutto nella parte centrale tende a cedere e, in più di un momento il film gira un  a vuoto, ma vive di tanti piccoli momenti come quello su citato, di chiacchiere da bar, consumate in fetide bettole on in squallidi motel (protagonista assoluto di questi momenti uno splendido Tom Waits, da godere assolutamente in originale, con la sua voce cavernosa). o al tramonto, con la donna che forse abbiamo aspettato per tutta una lunga e rocambolesca vita.

Questo è un cinema per nostalgici, che si prende il suo tempo, forse fuori tempo massimo, ma che regala degli sprazzi di rara bellezza, ed è il canto del cigno ideale per una delle figure più iconiche della storia del cinema.

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