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Festa del Cinema di Roma 2019 | Intervista a Hirokazu Kore-eda

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All’interno della Festa del Cinema di Roma 2019, abbiamo avuto l’enorme piacere d’intervistare, per una ventina di minuti, il maestro giapponese Hirokazu Kore-eda, omaggiato con una delle due retrospettive dalla Festa. Non completa, nove opere su quindici, ma abbastanza rappresentativa di una carriera strepitosa, con alcune linee tematiche forti, come per tutti i veri autori, declinate sempre in maniere nuove ed originali. Il garbo del suo cinema, che sussurra messaggi importanti invece di urlarli, si riflette anche sul suo modo di conversare con l’interlocutore di turno, sull’attenzione che pone alla risposta, sulla concentrazione che la precede. Qui di seguito, il completo resoconto della chiacchierata:

Nel suo cinema sono molto presenti i conflitti e le problematiche tra le diverse classi sociali d’appartenenza dei suoi personaggi principali. Per il suo esordio europeo (“Le verità”, in sala in Italia da qualche settimana, ambientato e prodotto in Francia), invece, si è concentrato soltanto sulla borghesia, alla quale appartengono tutti i protagonisti. È un caso, o forse lei identifica il cinema francese come una cinematografia prettamente “borghese”?

Non ho pensato a questo, anche perché la sceneggiatura, inizialmente, era ambientata in Giappone, e non era nemmeno pensata per il cinema, ma per il teatro, era stata concepita nel 2003. Era ambientata nel camerino di quest’attrice in là con gli anni, che aveva una rivale scomparsa quando era molto giovane. Per varie vicissitudini la storia è stata poi spostata in Francia, e quindi ho scelto di adattare il personaggio, e l’attrice che lo interpreta (Catherine Deneuve n.d.r.) al cinema del Paese dove sono andato a girare.

Nel suo film si ripete spesso che non ci si può fidare della memoria, che i ricordi col tempo mutano, si adattano al presente per consentire una quotidianità più sostenibile. Che rapporto ha con il tema della memoria, presente in molte sue opere (pensiamo soprattutto ad “After Life”)?

I ricordi sono una parte importantissima di ogni persona, posso essere qualcosa di salvifico ma anche una gabbia costrittiva che può rinchiuderci nel passato. Quando faccio un film cerco di non soffermarmi mai sulla parola memoria, o ricordo, ma sul verbo ricordando, sull’atto stesso del ricordare. È una linea guida che m’accompagna in tutti i film, e in quest’ultimo in particolare.

In Italia il titolo del suo film è stato declinato al plurale, mentre in originale era al singolare, “LA verità”. Ritiene che questo stravolga in qualche modo il senso, che possa essere un errore concettuale?

È stata un’idea della casa di distribuzione. Posso dire che io stesso ero combattuto, non sapevo se inserire o meno qualcosa, nel titolo giapponese, che alludesse anche ad un plurale. Credo che in ogni nazione del mondo ci siano delle specificità di senso, e quindi ho ritenuto anche interessante quest’alternanza nei titoli tra singolare e plurale. Proprio perché lo ritenevo interessante, alla fine, ho dato l’ok.

Nel suo cinema è molto presente anche il concetto di perdita, un tassello mancante, un vuoto da riempire. Come si rapporta lei con questo vuoto, e come cerca di colmarlo?

Questa è la vita, no? Ognuno di noi perde sempre qualcosa, e cerca poi di ovviare alla mancanza in qualche modo, e soprattutto ognuno a SUO modo. Io stesso ho perso prima mio padre, poi successivamente anche mia madre, e ho quindi cominciato a pensare ad una sintesi di tutto quello che mio padre mi aveva dato, alla sua, per così dire, ESSENZA. Poi sono diventato padre anch’io, e tutto mi è sembrato più chiaro: il bisogno di colmare i nostri vuoti serve anche, forse soprattutto, a passare dei concetti puri, diciamo così, alle generazioni successive, insegnamenti non contaminati dal risentimento, o dal rimpianto. Si arriva quasi a benedire questi vuoti, perché nel colmarli si diventa adulti più consapevoli, e quindi più adatti a diventare maestri per chi arriva dopo di noi.

In relazione a quanto appena detto, un altro dei suoi temi d’elezione è il rapporto, o il contrasto, tra la propria famiglia naturale e altre famiglie di fatto che possono costituirsi tra le persone. È anche questo, forse, un modo di riempire quei vuoti? Scegliere persone con cui c’interfacciamo bene al di là degli (obbligati) rapporti “di sangue”?

È un tema che mi affascina molto. Prendiamo “Like Father, Like Son”: ero appena diventato padre, e m’interrogavo molto sul senso stesso della paternità. Ho sempre pensato molto a questo, alla costruzione di legami forti creati ex novo, per empatia o per forte similitudine. Credo poi sia un tema molto cinematografico, che si presta molto alla narrazione di storie, e sì, credo che forse potrei essere ricordato in futuro, se verrò ricordato, per come ho trattato quest’argomento.

Invece il contesto sociale e politico nel quale agiscono i suoi personaggi è sempre di quinta, diciamo così, ma poi influisce direttamente sulle vicissitudini degli stessi …

Per me l’Io, in quanto tale, non esiste, siamo tutti integrati in una società, l’Io è primitivo, pre-sociale appunto. Io ora sono qui, ma non sono mai una monade: rimango sempre il padre di una figlia, il figlio di due genitori, tanti pensano a me come regista … Io mi sento come un buco, un vuoto, con una ciambella intorno, ed è il modo di comporre questa ciambella che ci rende esseri umani differenti, l’uno dall’altro.

In chiusura, volevo chiederle cosa ha rappresentato per lei la vittoria della Palma d’Oro (nel 2018 con “Un affare di famiglia” n.d.r.)? L’approdo di un percorso? La possibilità, grazie a questo biglietto da visita, di poter fare maggiormente il cinema che più desidera? O cos’altro?

Senza dubbio è stata una grande soddisfazione, anche e soprattutto perché era un’opera di cui ero molto soddisfatto. È l’ultimo film che ho girato con Kirin Kiki prima della sua scomparsa, e per questo mi fa ancora più piacere che sia stato apprezzato così tanto, mi è sembrato un bel modo per “salutarla”. Non lo ritengo un punto d’arrivo ma, come dice lei, più un passaporto che io mi porto appresso, e che mi aiuterà nel futuro nelle negoziazioni con i produttori, per fare sempre più quello che più mi piace.

 

 

 

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