Home > In Evidenza > Festa del Cinema di Roma 2019 | Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin
  • Festa del Cinema di Roma 2019 | Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin

    Diretto da Werner Herzog

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:
    Vota anche tu

Correlati

Dopo “Into the Inferno“, presentato qui tre anni fa, anche il nuovo documentario di Werner Herzog arriva alla Festa del Cinema di Roma: “Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin” (prossimamente nella sale con Wanted) nasce come progetto molto personale per il regista tedesco, che lo dedica all’amico Bruce Chatwin a trent’anni dalla morte.

Un progetto semplice, intimo, in cui la messa in scena fa un passo indietro di fronte al valore della testimonianza: interviste, ricordi, e tanti brani tratti dai testi dello stesso Chatwin. «Bruce Chatwin era uno scrittore unico – dice Herzog nelle note di regia – Ha trasformato racconti mitici in viaggi della mente. Avevamo degli spiriti affini, lui come scrittore, io come regista. Volevo realizzare un film che non fosse una biografia tradizionale ma con una serie di incontri ispirati dai viaggi e dalle idee di Bruce».

Il titolo del film non usa parole a caso: per il narratore Chatwin, e per il cineasta Herzog, il nomadismo, inteso proprio come azione fisica del camminare, è l’azione umana più favorevole alla comprensione della realtà e la più capace di produrre su quella stessa realtà dei cambiamenti positivi. A questo proposito, Herzog ricorda quando intraprese a piedi il lungo viaggio tra Monaco e Parigi per raggiungere, e simbolicamente salvare, l’amica malata Lotte Eisner.

La destinazione, va da sé, è meno importante del viaggio, e infatti una delle prime sequenze mostra Herzog incantato da un relitto, ovvero un oggetto che «non è arrivato a destinazione». Perché sì, anche gli oggetti hanno una vita da compiere, e quindi una storia, un dramma da raccontare: così la prima scintilla che accende l’immaginazione del Chatwin scrittore è un pezzo di pelle che nella mente del piccolo Bruce è appartenuto a un dinosauro.

E nell’approccio narrativo di Chatwin, che non raccontava mezze verità ma una verità e mezzo, aggiungendo qualcosa di suo alla realtà oggettiva, si rispecchia anche la fascinazione di Herzog per le suggestioni fantascientifiche contenute nella natura terrestre.

Può apparire un controsenso che un film incentrato sui concetti di movimento, di viaggio e di scoperta dell’ignoto sia quasi completamente costruito sulle parole e sulla loro lettura ad alta voce, ma anche la narrazione, scritta o orale, è qualcosa che si muove, perché conduce il lettore/ascoltatore lungo il percorso che va dall’incipit alla conclusione. Il cinema, poi, è movimento per definizione, o meglio la sua illusione.

Nella cultura aborigena australiana, studiata da Bruce Chatwin in “Le vie dei canti” (“The Songlines”) e alla quale il film di Herzog dedica un’ampio segmento, camminare e raccontare storie sono del resto una cosa sola, perché la narrazione orale è lo strumento che quel popolo utilizzava per orientarsi e mappare in territorio: «il canto o il paesaggio, cosa è nato prima?», ci si chiede. E una risposta non c’è.

Pro

Contro

Scroll To Top