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  • Festa del Cinema di Roma 2019 | Scary Stories to Tell in the Dark

    Diretto da André Øvredal

    Data di uscita: 24-10-2019

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Qui in Italia non abbiamo idea di quello che abbia significato per i nostri coetanei oltreoceano crescere leggendo “Scary Stories to Tell in the Dark”, serie di libri per ragazzi scritta dal folklorista Alvin Schwartz tra il 1981 e 1991, ma mai arrivata nel nostro paese nel fino a oggi. Non sappiamo cosa possano aver provato a sfogliare quei volumi pieni di storie paurose accompagnate da illustrazioni, quelle di Stephen Gammell, tanto cupe e disperate da mettere a disagio persino agli adulti: streghe urlati, cadaveri putrescenti, spaventapasseri, mostri raccapriccianti, mondi ai confini della realtà

“Scary Stories”, con i suoi giochi di parole, urla e fruscii, con le filastrocche, le storie di fantasmi e mostri ispirate alle leggende popolari americane, tanto brevi da poter essere raccontate intorno al fuoco, nell’attesa che il marshmallow infilzato sul rametto sia arrostito a dovere, forse da noi non avrebbe nemmeno funzionato. Nel 1992 (in Italia il 1995), poi, era già il momento di R. L. Stine con i suoi “Piccoli Brividi”, romanzi veri, più lunghi e adatti alle nostre esigenze di giovani lettori italiani.

Nel prendere in mano la mia copia di “Scary Stories to Tell in the Dark” comprata in età adulta (nell’edizione HarperCollins che raccoglie i tre romanzi di cui si compone la serie, anche se segnalo che a settembre è uscita quella in italiano edita DeA Planeta), un po’ mi dispiace di non aver avuto l’opportunità di leggerlo da piccola. Con gli occhi di un bambino, lo stesso incanto, la stessa ingenuità.

Tuttavia, all’epoca non avrei potuto capirne la portata educativa e letteraria. Perché a partire dai vecchi libri di Schwartz nascono diverse riflessioni. Si potrebbe parlare del valore dell’orrore come luogo della fantasia in cui i più piccoli hanno l’opportunità di affrontare le proprie paure o sul potere del folklore di adattarsi e acquisire sempre nuove forme, diventare espressione di diverse realtà.

Questa lunga introduzione sul materiale di partenza da cui è stato tratto l’omonimo film – presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019 e nelle sale dal 24 ottobre –  diretto dal regista norvegese André Øvredal e prodotto da Guillermo del Toro, autore anche il soggetto, sembrerà forse eccessiva, ma per me assolutamente necessaria.

Avrei potuto ignorare tutto questo e valutare il film in quanto tale. Tuttavia, in questo caso specifico, la scelta di del Toro di portare sul grande schermo questi libri da lui molto amati credo sia direttamente collegata alla loro particolare natura.

Il valore educativo delle storie di paura, dicevamo. Vale per i libri, tanto quanto per i film. Personalmente, è da un po’ che sento la mancanza di prodotti per ragazzi in grado di gestire l’elemento orrorifico senza edulcorarlo. Non parlo di replicare i grandi classici degli anni ‘80 e ‘90 (“Gremlins”, “I Goonies”, “Scuola di Mostri”, “Nel magnifico mondo di Oz”, “Jumanji”, “Hocus Pocus”), ci mancherebbe, ma raccontare storie con lo stesso spirito e coraggio. 

È questo forse il punto di forza dello “Scary Stories to Tell in the Dark” di Øvredal e del Toro. Un horror per ragazzi che non sottovaluta il pubblico di riferimento, che costruisce la tensione a poco a poco, senza ricorrere a stratagemmi, mostrando con orgoglio il lato più raccapricciante delle creature che lo popolano. Mostri che, peraltro, sono molto fedeli a quelli delle inquietanti illustrazioni di Gammell. Cosa francamente sorprendente, in un PG-13. 

Bisogna dare il merito di questo ad André Øvredal, autore di uno dei più sorprendenti horror legati al folklore mai realizzati, il mockumentary “Troll Hunter” (2010) e del buonissimo, seppur con qualche limite, “The Autopsy of Jane Doe”, in cui aveva dimostrato, come anche nel caso diScary Stories”, un vero talento nel creare un’atmosfera tesissima con pochissimi elementi e dilatarla il più possibile

Proprio per questo, se “Scary Stories to Tell in the Dark” fosse stato esclusivamente un film antologico, probabilmente ora saremmo qui festeggiare l’uscita di un nuovo grande classico. Purtroppo, se possiamo notare grande cura e un certo coraggio nella messa in scena, lo stesso non si può dire della scrittura di Dan Hageman e Kevin Hageman.

Sicuramente i libri di Schwartz, così frammentari e poco narrativi, rientrano in quella categoria degli “inadattabili”, costruiti esclusivamente a partire da una serie di suggestioni. È  stato dunque è necessario trovare una cornice in cui inserire tali suggestioni. 

 

Il mostro di The dream in una scena del film.

 

E allora ecco che, praticamente come all’inizio di “Hocus Pocus”, Stella (Zoe Margaret Colletti) Chuck (Austin Zajur), Auggie (Gabriel Rush) e Ramòn (Michael Garza), inseguiti dal bulletto di turno  Tommy (Austin Abrams), si ritrovano a visitare la “casa maledetta” della città durante la notte di Halloween del 1968. Qui Stella, appassionata di storie dell’orrore, trova un libro di racconti scritti da Sarah (Kathleen Pollard), una ragazza tenuta segregata in quella stessa casa anni prima. La leggenda narra che Sarah fosse in grado di far avverare le sue terribili storie e i ragazzi si ritroveranno a fare i conti, uno dopo l’altro, con la verità alla base di questo agghiacciante racconto di paese. 

Ammetto di apprezzare moltissimo la scelta di ambientare questa storia alla fine degli anni ‘60, invece che negli abusati ‘80, per poter in qualche modo riflettere sul presente attraverso i continui richiami alla storia del passato (le onnipresenti notizie sulle elezioni di Nixon che appaiono in ogni televisore o i riferimenti alla guerra del Vietman e le “paure” reali). Inoltre, mi rendo conto che ricorrere alla metatestualità possa essere sembrato il modo più funzionale per adattare “Scary Stories” (d’altronde, era stato già fatto con un materiale di partenza molto più gestibile in “Piccoli Brividi”), ma anche il meno originale. 

Tuttavia, sarebbe stato interessante, per una volta, considerando anche la particolarità dell’opera di Schwartz, provare a uscire dai classici schemi del teen horror soprannaturale e dello slasher. Perché ricorrere a una struttura alla “Final Destination”, vecchia e stantia, invece di trovare nuove soluzioni? Perché non provare a scrivere personaggi un po’ meno stereotipati e prevedibili?

Ma queste sono le perplessità di un adulto che non sempre è in grado di smettere di analizzare, confrontare, scomporre. La verità è che probabilmente da bambina sarei impazzita per lo spaventoso immaginario pieno di mostri e stranezze racchiuso in Scary Stories to Tell in the Dark.

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