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  • Festa del Cinema di Roma 2019 | The Irishman

    Diretto da Martin Scorsese

    Data di uscita: 04-11-2019

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L’evento principale della Festa del Cinema di Roma 2019, il blockbuster da 160 milioni di dollari di budget finanziato da Netflix, l’attesissimo passo d’addio di un’epica mafiosa e della sua rappresentazione sullo schermo: tutto questo e molto altro è “The Irishman”, ventisettesima regia cinematografica di Martin Scorsese, in anteprima nazionale qui all’Auditorium Parco della Musica prima dell’uscita in sala (tre giorni, dal 4 al 6 novembre) per poi sbarcare dal 27 novembre sulla piattaforma streaming più celebre e chiacchierata del momento.

Opera dalla lunga gestazione, con una complicata post produzione che ha fatto slittare di sei mesi la data di uscita inizialmente ipotizzata, e reunion tra vecchi amici più una celebre aggiunta, quell’Al Pacino che, incredibilmente, non aveva mai lavorato con uno dei registi principali di quella New Hollywood di cui è stato interprete d’elezione. Questa volta non aspettatevi un serrato racconto dai ritmi rock alla “Mean Streets”, “Quei bravi ragazzi”, “Casinò” o “The Wolf of Wall Street” (dove i bankster sostituivano i gangster), ma un film più vicino alla malinconia legata al blues, genere che Scorsese ha omaggiato sedici anni or sono con la fondamentale serie di sette documentari denominata, appunto, “The Blues”. Ritmi più posati come l’incedere di questi vecchi malavitosi, reliquie di un passato (per gli Usa) nebuloso e controverso, dove gli intrighi tra politica e malavita riuscirono ad arrivare (forse) fino ai massimi livelli del potere, fino alla Casa Bianca.

Frank Sheeran (Robert De Niro) è un sicario della mafia e veterano della seconda guerra mondiale, che sviluppa le sue abilità da esecutore criminale durante il suo servizio in Italia. Diventato vecchio, Sheeran riflette sugli eventi che hanno definito la sua carriera di sicario, in particolare il ruolo che ha avuto nella scomparsa del leader sindacale Jimmy Hoffa (Pacino), suo amico di vecchia data, e del suo coinvolgimento con la famiglia criminale Bufalino, comandata dal patriarca Russell (Joe Pesci).

Adattamento del libro di Charles Brandt (Fazi Editore lo ripubblica per l’occasione con nuovo titolo e copertina in linea col film), “The Irishman” inizia con un piano sequenza che attraversa i corridoi di un ospizio, la macchina da presa finisce per posarsi sul vecchio Frank, che inizia a raccontare la storia della sua vita. A chi la sta raccontando? Alle forze dell’ordine, che l’hanno tenuto in galera per anni? Al suo prete confessore, unico depositario possibile di segreti tanto scabrosi (una delle battute più riuscite: “L’unica maniera di tenere un segreto tra tre persone? Due devono essere morte”)? All’infermiera afrodiscendente che, come la maggior parte dei giovani americani contemporanei, non sa chi sia Jimmy Hoffa? No, a noi spettatori, che non abitiamo in quel mondo, che siamo chiamati ad attraversare i decenni attraverso il parziale occhio di Frank, che non capisce tutto, forse non capisce nulla, ma si trova a far da esecutore, per tutta la vita, di ordini che piovono dall’alto, dall’uccisione dei nemici nazisti in Italia durante la guerra ad un’ultima esecuzione che ne orienterà per sempre il destino. La scelta più difficile della sua vita: quale padre/padrino eliminare, il mafioso o il sindacalista?

Il problema principale di un film diseguale, che alterna sequenze magnifiche e passaggi (all’apparenza) inessenziali, è proprio la scarsa tridimensionalità del suo protagonista, a cui un monolitico De Niro dona corpo e volto/i. Una mancata connessione emotiva che ricade a cascata anche sulla pletora di personaggi secondari, alcuni più approfonditi, altri appena accennati. Un po’ come ne “Il grande sonno” di Howard Hawks, dove è quasi impossibile capire appieno ogni evento, ogni comunicazione in codice, e a contare è principalmente l’atmosfera. Il Jimmy Hoffa di Pacino, qui eccessivo e gigione ma senza trascendere, è l’ambiguo punto di riferimento attorno al quale il sindacato dei Teamsters (gli autotrasportatori) diventa un soggetto politico secondo solo all’esecutivo. L’altro piatto della bilancia è il Russell Bufalino di un minimale Joe Pesci, all’opposto di Hoffa come indole e visibilità, ma non meno potente.

Dalle Tv accese la Storia fa da contrappunto alle vicende, a partire dalla fallita insurrezione della Baia dei Porci del ’61 (che doveva detronizzare Castro a Cuba), passando per la crisi dei missili, l’omicidio Kennedy, fino ad arrivare al Watergate del 1974. Notizie agghiaccianti che lasciano il cittadino relegato a ruolo di spettatore, con un quadro generale imperscrutabile anche per la manovalanza criminale che potrebbe/dovrebbe aver avuto un ruolo importante in un decennio chiave per le sorti della nazione protagonista del XX secolo. La sceneggiatura del veterano Steven Zaillian inanella una scena madre dopo l’altra fino ad arrivare al gran finale, quando, come ne “Il padrino – parte II”, si rimane soli con Frank e il suo progressivo disfacimento, del corpo e della mente, una mente che vorrebbe tanto dimenticare il mancato rapporto con la figlia (una statuaria, e quasi muta, Anna Paquin) e con la famiglia tutta, timorosa nel farsi aiutare da un padre violento e anaffettivo.

Il passo d’addio ad un modo di fare cinema dunque, e l’ultimo valzer scorsesiano (ricordate “The Last Waltz”, il documentario sul concerto celebrativo d’addio a The Band? Qui la colonna sonora è composta proprio da Robbie Robertson) per gli amici di una vita (in aggiunta agli interpreti già citati, i funzionali camei di Harvey Keitel Bobby Cannavale, recente protagonista di “Vinyl”). Era talmente tanta la voglia di fare questo film, che c’è voluto il massimo della tecnologia per far tornare tutti giovani, 30enni, 50enni: e, per il complesso “de-aging” sul volto degli attori, ci si è rivolti proprio a quella Industrial Light&Magic fondata da George Lucas e ora controllata dalla Disney. Gli ultimi fuochi della New Hollywood (speriamo di trovare un altro Elia Kazan che racconti al cinema questa storia, tra qualche anno) cercano di giocarsela alla pari con la Marvel utilizzando lo stesso campo da gioco, dando un’ultima, muscolare prova di potenza produttiva.

Abbiamo usato tante volte l’aggettivo “ultimo”, ma quella porta lasciata socchiusa nel finale fa sperare (o temere?) che non sia finita, che non vi sia nulla (ancora) di definitivo. Frank/De Niro picchia un ragazzo che aveva infastidito la figlia, e gli stanchi calci al rallentatore riportano alla realtà di un vecchio corpo, anche se il computer può spianare le rughe. È un po’ la metafora del film: si finge di essere tornati quelli di una volta, per poi arrendersi all’evidenza e diventare PIÙ VECCHI di quello che si è. Peccato che questa magniloquente operazione non sia servita da uno script pienamente all’altezza, peccato che la fotografia di Rodrigo Prieto non abbia particolare personalità né impatto, ma forse per un film destinato principalmente alla fruizione streaming spingere molto su quel versante, semplicemente, non serviva, non si sarebbe visto.

Netflix spende una fortuna per avere Scorsese in listino e piena legittimazione culturale e cinefila, e il cineasta newyorkese non ha scrupoli: nessun controllo produttivo su modi e tempi e una lunghissima post produzione. Dovesse portare al tracollo economico della grande N, ma probabilmente non succederà, rappresenterebbe anche l’ultimo omaggio scorsesiano ad un sogno, quello di Francis Ford Coppola e dell’American Zoetrope, naufragato dopo che il pubblico, dalla fine degli anni Settanta, non seguì più il delirio creativo e la magnifica utopia di un cinema completamente in mano agli artisti, per “perdersi” in altri sogni, tra astronavi, archeologi e pirati orbi. “Li faccio fallire io Francis, per poi ricominciare, ancora una volta. Non chiudete quella porta, per favore, lasciatela socchiusa”.

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