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  • Festa del Cinema di Roma 2019 | Willow

    Diretto da Milcho Manchevski

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Si erano, da qualche tempo, perse le tracce di Milcho Manchevski,dopo il buon successo dei suoi primi due film: con “Prima della pioggia”, da esordiente, vinse il Leone d’Oro a Venezia, e “Dust”, nel 2001, con la sua originale fusione di western e cinema d’autore europudding, diventò un cult per una generazione di cinefili in via di formazione, che comprendeva anche chi vi scrive.

Ritorna oggi, dopo quasi vent’anni e altre due regie non arrivate qui da noi, con “Willow”, nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2019. Ed è un ritorno in grande stile, con un’opera stratificata ma non complessa, che affronta grandi tematiche inserendole in una narrazione tripartita, fluida e interconnessa (la sceneggiatura è a firma dello stesso regista).

Nel medioevo, in Macedonia, una donna anziana (Ratka Radmanovic) si offre di aiutare una coppia che non riesce a concepire, a patto che le lascino tenere il primogenito. Un tassista (Nenad Nacev) investe un uomo in strada. Seduto sul marciapiede, sotto la pioggia, aspetta la polizia. Colpita dalla sua onestà, Rodna (Natalija Teodosieva) gli offre un ombrello. Tre anni dopo i due sono sposati, ma non possono avere figli, finché non provano la fecondazione in vitro. Rodna resta incinta di due gemelli, ma scopre che uno dei due nascerà deforme. Il marito è contrario all’aborto, e lei si trova davanti a una scelta difficile. La sorella di Rodna ha adottato un bambino di cinque anni. È molto intelligente, ma non dice una parola. E un giorno, improvvisamente, sparisce.

Una delle poche anteprime mondiali di questa Festa/Festival, un film ambientato in Macedonia, che coproduce insieme a Ungheria, Albania e Belgio, e permeato di quella pervasività della Storia nelle vite di noi tutti già presente nelle opere precedenti del Nostro. Nell’episodio medioevale, i riti ancestrali legati alla fertilità vengono mostrati in tutta la loro crudezza, tra sacrifici animali e intrugli salutari e, ai giorni nostri, tutto è cambiato per rimanere uguale.

Al centro della piazza di Skopje, una gigantesca fontana è la plastica rappresentazione dell’idea di società ancora vigente: uomini/guerrieri in piedi, con scudo e lance sguainate, e donne/madri sedute ai loro piedi, con figlio in grembo. Per spezzare la catena di discendenza che lega la famiglia dei protagonisti, nel corso dei secoli, ad una sedicente maledizione conseguenza di un brutale fatto di sangue, due sorelle dovranno andare contro tutto e tutti: convenzioni, agi, quelle poche certezze che hanno maturato nel corso dell’esistenza.

Manchevski lega tra loro i tre segmenti attraverso rimandi e assonanze, ci trasporta, attraverso una fitta rete di sapienti false piste, in un determinismo che sembra inscalfibile, e poi scarta, d’improvviso, grazie alla forza devastante dei piccoli/grandi gesti, grazie a un bambino problematico che, sulle note di una trascinante musica tzigana, abbatte le barriere e le ottuse superstizioni. Una pluralità di temi (l’aborto, il concepimento fuori dal matrimonio, la discriminazione, la superstizione) e un occhio registico attentissimo al particolare, e ad immergere il film, spesso letteralmente, nel sangue e nel fango. Speriamo in una distribuzione nel nostro Paese: cinema imp(r)egnato di realismo magico e forza visiva, davvero un piacevole sorpresa e un gradito ritorno. Speriamo di ritrovare presto il cinema di Manchevski, e di non aspettare altri vent’anni …

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