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  • Festa del Cinema di Roma 2018 | 7 sconosciuti a El Royale

    Diretto da Drew Goddard

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Dopo l’anteprima mondiale al Fantastic Fest di Austin, Texas, arriva ad aprire la Festa del Cinema di Roma 2018 la nuova fatica registica di Drew Goddard, in uscita in tutte le sale italiane dal 25 ottobre, “7 sconosciuti a El Royale” (“Bad Times at the El Royale”).

Ambientato nel 1969, il film è un noir fluviale, che al gioco metanarrativo da sempre nelle corde di Goddard aggiunge un’ambizione sfrenata, quella di condensare nei sette personaggi principali ogni figura (o quasi) simbolica e mitologica legata a quell’epoca e più in generale alla storia americana, quando l’ottimismo legato all’avvento dell’Era dell’Acquario stava già confluendo in quel riflusso che avrebbe prima portato ai Settanta (paranoia, disillusione, lotta armata) e poi agli Ottanta (edonismo individualista, frivolezza, conservatori al potere negli Stati chiave).

Emotivamente gelida, ma non nelle intenzioni, l’opera seconda del regista di Los Alamos risulta godibile sul versante dell’intrattenimento ma fallisce proprio l’obiettivo, che probabilmente interessava di più, di racchiudere nel microcosmo dell’El Royale, sito al confine tra Nevada e California, tutta l’irredimibile perdita dell’innocenza di una nazione intera.

Sette estranei (interpretati da molti volti noti: Jeff Bridges, Jon Hamm, Dakota Johnson, Chris Hemsworth …), ognuno con un passato da nascondere e un segreto da proteggere, s’incontrano all’El Royale, sul lago Tahoe, un misterioso e fatiscente hotel. La notte del loro incontro sarà un momento decisivo: tutti avranno un’ultima, fatidica possibilità di redenzione.

Redimersi, con una buona azione che possa cancellare le nefandezze commesse nella propria vita, un obiettivo che accomuna molti (ma non tutti, ed è un problema) dei personaggi che vediamo dibattersi tra le maglie di un tragico destino, uccidere, morire. Ognuno di loro è detentore di una porzione d’immaginario storico o narratologico legato all’epoca: c’è il galeotto che torna a recuperare un bottino nascosto lì anni prima, il reduce dagli orrori del Vietnam, il guru diviso a metà, nella rappresentazione e nell’iconografia, tra Charles Manson e Jim Morrison, la cantante che ha probabilmente rifiutato l’occasione della vita (propostagli, in un cameo, dal produttore musicale Xavier Dolan), le sorelle hippie, l’agente dell’Fbi sotto le mentite spoglie di un venditore di aspirapolveri. I destini di questi sette esseri umani convergeranno tutti, per caso o per volontà, in una resa dei conti ambientata, letteralmente e metaforicamente, tra le fiamme dell’inferno …

Con “Quella casa nel bosco“, la regia precedente di Goddard, ci sono tanti punti in comune, a partire dall’ossessione voyeuristica, e capirete meglio quello che intendo guardando il film. E, guardandolo, vi verranno in mente altri autori contemporanei, come Tarantino o i fratelli McDonagh. Niente di nuovo dunque, ma, proprio divertendosi a miscelare canoni e topoi di genere, l’autore/scrittore centra sostanzialmente il bersaglio grazie a ottime scelte di casting e a una regia che, insieme al sound design, contribuisce all’immersività dell’esperienza audiovisiva. Non ci troviamo, infatti, di fronte a un film di parola e parole, ma a una regia cinetica e attenta al dettaglio, capace di creare tensione e mistero grazie anche al sapiente dosaggio di nozioni e informazioni, che vi verranno somministrate con parsimonia durante le due ore e venti minuti di proiezione.

In conclusione, un divertissement che intrattiene e coinvolge, ma purtroppo nulla di più. Quando vediamo che uno degli sconosciuti telefona a J. Edgar Hoover, quando ascoltiamo Nixon, da un televisore acceso, parlare dell’intervento in Vietnam, ci aspettiamo che tutti questi semi si trasformino, prima o poi, in una parvenza di film politico, mentre quello che riusciamo a ottenere è una, strepitosa, scena nel prefinale: la richiesta di un’impossibile assoluzione per i crimini efferati di una nazione intera, l’orrore vissuto da una giovane generazione costretta a fare i conti con la morte, la paura e la distruzione. In una guerra sporca e cattiva, non salvifica, dalle motivazioni nebulose. Bene e Male che diventano, con il progredire del Novecento, categorie sempre più relative e sempre meno assolute, buone solo per una folle scommessa al tavolo da gioco, rosso o nero, vita o morte.

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Contro

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