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Festival del Film di Roma 2009: Richard Gere non delude mai!

Uno dei mostri sacri che provengono dal cinema d’oltreoceano, dal disarmante appeal, che più di tutti ricorda età mitiche del cinema del passato in cui i divi scendevano da Cadillac o da biplani offrendo alle folle sorrisi composti e distinzione aristocratica, è senz’altro Richard Gere. Attore dal talento notoriamente riconosciuto, sempre disponibile, dal parlare dolce e misurato, ha sempre proposto l’immagine di uomo che vive con ascetico distacco il mondo ovattato di Hollywood, soffermandosi sull’aspetto più umano e spirituale della vita.

È la sua faccia pulita, velata da una punta di malinconia che conferisce alla sua persona una profonda sensibilità disincantata da un’accattivante malizia a mettere d’accordo, con un autoironico senso dell’umorismo che gli assegna un valore aggiunto, il genere maschile e femminile.

Accolto calorosamente dal pubblico – particolarmente quello femminile rapito dal suo fascino – con applausi e strepiti, si concede con fare riguardoso e, quasi intimidito, risponde con divertita disponibilità alle domande di tutti, proponendoci poi gli steps più rappresentativi della sua carriera cinematografica. Dal suo primo esordio all’età di ventinove anni con il film dell’istrionico Terrence Malik che lo sceglie come antagonista di Sam Shepard ne “I Giorni Del Cielo”, film di grande intensità emotiva e caratterizzato da una profonda percezione del senso della vita che, secondo il regista, accade e basta senza tanti giri di parole e preamboli. È un evento che succede spontaneamente e naturalmente come il vento, l’acqua e il tempo.

La sua scalata verso lo star system avviene con due grandi film che gravitano intorno alla bellezza, alla prestanza fisica, nonché alla griffe e al fascino straordinario dell’uniforme con “American Gigolò” e a seguire “Ufficiale Gentiluomo” per poi approdare alle intramontabili immagini di “Pretty Woman” che ci propongono un “principe azzurro” intraprendente e smaliziato dal fare audace e libertino. Ride di gusto rivedendosi nei panni del giovane e sexi gigolò: “Stop the screening!” asserisce, rivedendo la scena in cui, dopo aver sfoggiato un francese poco credibile, si finge originario di Torino.

Ammette in tutta onestà di aver fatto anche film sbagliati senza mai costringersi ad accettare parti non consone alla sua indole, senza inutili forzature ma anzi sempre assecondando i suoi bisogni (come quello di cercare sempre una compagnia con cui trovarsi in sintonia) e le sue necessità (di fare ciò che lo gratificasse mantenendo integra la sua coerenza).
Si sofferma infine sulla sua dedizione alla fede buddista esternando la speciale attenzione al Tibet e alla figura sacra del Dalai Lama, unica guida spirituale portatrice di evoluzione culturale anche per il popolo cinese.

Ancora una volta Richard Gere ci impressiona positivamente confermando la sua semplicità d’animo, alfiere della saggezza del Dharma, esternando una sublime leggerezza dell’essere e una spontaneità dirompente dalla fiera compostezza. C’è un’innata eleganza in quei movimenti che incantano e ammaliano, lasciandoci in bilico tra il sogno e una realtà troppo sfuggente che porta con sé un amaro retrogusto.

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