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Festival del Film di Roma 2013: Un bilancio finale

Che cosa ci ha lasciato l’ottava edizione del Festival di Roma? Quali film rimarranno nella memoria e quali verranno presto dimenticati? Si può provare a rispondere ancora a caldo, con le varie sequenze che si sovrappongono una all’altra, ma sarà soltanto l’inappellabile verdetto del tempo a contare alla fine. Una serie di considerazioni è doveroso farle comunque, a cominciare dal livello medio della manifestazione, alto come mai in passato. E qui bisogna dare atto a Marco Müller di aver trovato al secondo anno di direzione artistica la giusta mediazione tra cinema per il pubblico e cinema d’arte, due categorie non rigide e ibridate spesso una con l’altra ma che è difficile posizionare in un Festival/Festa dall’identità ancora incerta, sempre in bilico tra rassegna per addetti ai lavori ed happening collettivo.

Parliamo di film quindi, e possiamo affermare con certezza che il capolavoro di Roma 2013 è “Hard to be a God” del russo Aleksej Jurevi? German, presentato fuori concorso e premio postumo alla carriera. Opera maestosa, di cui non si può trattare brevemente per la moltitudine di tematiche narrative e suggestioni visive che il regista infila nelle quasi tre ore di proiezione. Si sono scomodati paragoni illustri (Tarkovskij su tutti) forse esagerati, di sicuro è una conferma della complessità filosofica che solo il conterraneo Sokurov riesce oggi ad eguagliare. Quasi quattordici anni di lavoro, il film di una vita uscito beffardamente dopo la morte, un testamento umano e spirituale, personale e collettivo, un mondo brutale e violento dove l’arte è perseguitata e gli individui si esprimono in maniera primitiva e ancestrale, una visione difficile e non per tutti, ma qui al festival ha veramente ricevuto consensi unanimi. Per chiudere il discorso sui film fuori concorso, da segnalare “Snowpiercer” di Joon-ho Bong, “The Green Inferno” di Eli Roth, “Fear of Falling” di Jonathan Demme e “Las brujas de Zugarramurdi” di Álex de la Iglesia.

Per quanto riguarda il concorso, invece, molto belli tutti gli orientali tranne la semidelusione Takashi Miike, da ricordare il turco “I Am Not Him” e “Her” di Spike Jonze, per il resto molto cinema medio e i francamente imbarazzanti “Sorrow and Joy” di Nils Malmros e “Another Me” di Isabel Coixet. A proposito dell’amato/odiato “Tir“, vincitore del Marc’Aurelio d’Oro, mi limito a fare alcune considerazioni. I due festival italiani più grandi, insieme a Torino, hanno premiato lavori italiani di stampo documentaristico (l’ultimo Leone d’Oro è andato a “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi).
Che cosa vuol dire questo, visto che le premiazioni di queste manifestazioni sono anche, e soprattutto, politiche? Forse in tempi di tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo si sta mandando il messaggio ai giovani registi italiani di dedicarsi al documentario, forma cinematografica meno costosa e dispendiosa? Forse si vuole comunicare che è meglio finanziare cinquanta doc che tre lungometraggi di finzione?

Aldilà delle visioni più o meno dietrologiche, la giuria presieduta da James Gray con, tra gli altri, il nostro Luca Guadagnino ha distribuito i premi dividendoli salomonicamente tra i film più apprezzati. Scelta più “strana”, che noi apprezziamo, il premio come miglior attrice assegnato a Scarlett Johansson presente solo in voce: premio giusto anche per mancanza d’alternative, la vera assenza in questo festival è rappresentata dai grandi ruoli femminili. In chiusura, dando appuntamento all’anno prossimo con la terza edizione targata Müller, qualche graduatoria riassuntiva. I film da vedere e quelli assolutamente da evitare:

I 5 film migliori:
“Hard to be a God” di A. J. German
“Fear of Falling” di Jonathan Demme
“Seventh Code” di Kiyoshi Kurosawa
“Snowpiercer” di Joon-ho Bong
“Like Father, Like Son” di Hirokazu Kore-Eida

I 5 film peggiori:
“Another me” di Isabel Coixet
“Manto acuìfero” di Michael Rowe
“Metegol 3D” di Juan Josè Campanella
“Gods Behaving Badly” di Marc Turtletaub
“Sorrow and Joy” di Nils Malmros

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