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Festival del Film di Roma 2014 — Joe Dante e il “gotico italiano”

La retrospettiva di questa edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è dedicata al “gotico italiano”, un filone che, sotto la spinta di talenti immensi come Mario Bava e Riccardo Freda, ci ha regalato negli anni 50 e 60 alcuni tra i lavori più visivamente innovativi mai partoriti dalla nostra cinematografia.

Sulla spinta delle prime trasposizioni di Roger Corman dai racconti di E. A. Poe negli USA, e delle riproposizioni dei classici mostri come Dracula e Frankenstein della casa di produzione Hammer in Gran Bretagna, anche il nostro Paese cominciò a sfornare una serie impressionante di titoli ambientati in misteriosi manieri ottocenteschi, con streghe e fantasmi a farla da padroni. Erano film che costavano relativamente poco grazie alla delirante inventiva degli autori nostrani, e che si vendevano benissimo sui mercati esteri.

In Italia una vera e propria rivalutazione critica del genere non c’è mai stata, mentre nelle altre nazioni più cinematograficamente evolute a livelli di gusto di critica e pubblico, come la Francia, ci si rese subito conto di trovarsi di fronte a un fenomeno interessante. I film di Bava in particolar modo hanno formato e ispirato decine di giovani futuri registi soprattutto negli Usa, dove venivano proiettati nei “grindhouse” di periferia riportati agli onori delle cronache dal binomio Quentin Tarantino/Robert Rodríguez (non a caso tra i maggiori fan di Bava e compagnia) qualche anno fa.

Tra i registi più influenzati da questo cinema incredibilmente inventivo nonostante la povertà di mezzi, dove il talento registico sopperiva alle, molto spesso, zoppicanti sceneggiature, c’è sicuramente Joe Dante, chiamato qui a Roma a fare da padrino alla rassegna dedicata, curata dai critici Marco Giusti e Steve Della Casa.

L’incontro con la stampa è stata anche l’occasione per porre qualche domanda all’autore di “Gremlins”, “Salto nel buio” e “Small Soldiers”:

Quando vedeva i film gotici italiani in giovane età riusciva e percepirne la specificità rispetto al vostro cinema, la loro, per così dire, italianità?
Da noi prima di tutti gli altri è arrivato “Black Sunday” (in Italia “La maschera del demonio”). Bava, di solito, approntava due versioni diverse per l’Italia e per gli Usa e, visto che da noi l’horror aveva una maggiore riscontro di pubblico e la censura era meno severa, la versione americana era sempre quella più divertente.

Ha lavorato con Barbara Steele, l’attrice britannica regina del gotico italiano. Ci parla della sua esperienza con lei?
Ho lavorato con lei in “Piranha”, uno dei miei primi film. Io ho sempre fatto i conti con il fatto che ogni mio film poteva essere l’ultimo, anzi, pessimisticamente, ero sicuro sarebbe stato l’ultimo. Quindi in ogni film ho sempre inserito tutto quello che potevo, convinto di non aver più modo di esprimermi successivamente. Per questo ho cercato subito Barbara, all’inizio della mia carriera, VOLEVO lavorare con lei. È sempre stata estremamente professionale. L’ho rivista di recente, stava girando un film chiamato “Path of Life” proprio dietro casa mia. Lavora ancora, è richiesta, sono contento per lei.

Cos’ha Mario Bava in più rispetto agli altri registi italiani?
Cominciamo col dire che guardando e prendendo spunto dai suoi film, si è formata una nuova generazione di cineasti: non ci sarebbe stato Dario Argento senza Mario Bava. Dobbiamo ringraziare l’American International di James Nicholson e Samuel Arkoff che chiuse un accordo con Bava per due film horror all’anno: a loro è convenuto perché costavano poco e negli Usa incassavano bene, ma è convenuto anche a noi perché abbiamo potuto ammirare tanti film in più di Mario Bava. Quando io e Tarantino, qualche anno fa, presentammo quella meravigliosa sezione dedicata ai B-movies italiani alla Mostra di Venezia con le proiezioni tutte le sere a mezzanotte (erano le cose che da spettatore mi facevano impazzire), ci rendemmo conto di quanto fosse indietro l’Italia con il restauro delle pellicole. Bisogna restaurare questi film, salvarli dal deterioramento e metterli in luoghi dove la gente li possa vedere, come in questo Festival, perché piacerebbero tantissimo ai giovani d’oggi, basta farglieli arrivare. Noi negli Usa a volte li vedevamo in posti piccolissimi, dove rischiavi anche di prendere le pulci perché la pulizia delle sale e delle sedie non era proprio impeccabile. Ne approfitto per fare i miei complimenti alla Cineteca di Bologna, il loro lavoro è veramente encomiabile.

Oggi è più difficile per voi cineasti avere la stessa libertà che avevate negli anni 80 e 90?
I film di genere vanno più di moda oggi che ai tempi di Bava. I giovani iniziano spesso con gli horror, perché non si sbaglia mai, non costano molto e garantiscono incassi decenti. Quando grandi artisti come Bava e Freda si cimentano con l’horror, il genere si eleva. Oggi è il business legato all’industria cinematografica che è totalmente cambiato, a proposito della libertà di cui parlava. I grandi studios fanno sempre lo stesso film, fanno soldi senza rischiare, senza più pensare al mezzo dal quale queste opere verranno fruite. Oggi è immensamente più facile fare dei film, a casa, con un computer, tra amici, ma è molto più difficile farli vedere, farli emergere dall’immenso mare della Rete. Ma nessuno può sapere il futuro cosa e dove ci porterà.

A Venezia abbiamo potuto ammirare il suo ultimo film, “Burying the Ex”, davvero delizioso. Speriamo possa presto trovare una distribuzione italiana. Quanto dovremo aspettare per il suo prossimo progetto?
Ci vuole tempo per mettere insieme un progetto. Non c’è più uno studio che ti appoggia, bisogna passare mesi e anche anni a cercare di reperire i fondi, alla fine girare il film è la cosa più semplice. Il mio prossimo progetto vorrei che fosse ambientato in Italia, vediamo che succede…

In chiusura, ci indica la sua sequenza di Bava preferita?
Direi la sequenza di “Operazione paura” in cui il protagonista insegue qualcuno di camera in camera, e quando lo raggiunge scopre di star inseguendo se stesso.

Una scena che David Lynch ha ripreso pari pari per il finale della seconda stagione di “Twin Peaks”, ambientandola nella misteriosa “loggia nera”. È proprio con la proiezione di “Operazione paura” che si apre la retrospettiva, in una versione in 2K ricavata dal master originale. Oltre a Dante, erano presenti anche altre due generazioni di Bava: il figlio Lamberto e il nipote Roy.

Molto prodigo di aneddoti Lamberto Bava. Tra i più gustosi, il commento di papà Mario quando gli fu chiesto perché i francesi lo amavano più dei connazionali, «Perché so’ più fessi»: umiltà, coscienza delle proprie capacità ma costante voglia di sdrammatizzare e di non prendersi sul serio. E la processione di cineasti e maestranze varie sul set di “Terrore nello spazio”: tutti volevano vedere come Bava stava creando lo spazio profondo con un po’ di sabbia, qualche faro e tre pietre di cartone. Se volete ammirare anche voi il risultato, recuperate questo piccolo gioiello: capirete dove abbia trovato ispirazione, tra gli altri, Ridley Scott per il suo “Alien”.

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