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Festival di Sanremo 2016: dalle cover dei Big agli ospiti, il racconto della terza serata

Si accendono i riflettori sul terzo atto del Festival di Sanremo 2016, che senza troppi indugi accoglie sul palco anche per questa serata le attesissime Nuove Proposte.

I primi a fronteggiarsi sono Manuela Paruzzo, aka Miele, con la sua “Mentre Ti Parlo” pesante da digerire, a fronte della ben più movimentata “Amen” di Francesco Gabbani, decisamente più padrone del palco. La cantautrice originaria di Caltanissetta sembra averla sfangata, ma solo più tardi il conteggio dei voti (50% sala stampa e 50% pubblico) decreterà il vincitore/vincitrice della prima sfida regalando sorprese.

Il secondo e ultimo match della serata vede alternarsi al microfono Michael Leonardi (con “Rinascerai”) e Alessandro Mahmood (con “Dimentica”): un confronto senza grandi aspettative, e a passare alle fasi finali della sezione Giovani è il ragazzo per metà egiziano e per metà sardo.

Finalmente può cominciare la serata!

L’artista belga Marc HollogneMarciel” regala un’apertura divertente tra cinema e teatro giocando con gli effetti visivi, prima di cedere la telecamera 1 al super presentatore Carlo Conti che, giocandosi in maniera piuttosto discutibile la carta della simpatia, ironizza sul 50% di share sfiorato della seconda serata prendendosela con la zia narcolettica.

A questo punto è la volta dei Big con le cover da loro scelte per animare il pubblico del Teatro Ariston: cinque gruppi di quattro cantanti ciascuno, prima di acclamare un solo vincitore.

Apre le danze Noemi con “Dedicato”, un pezzo sicuramente molto vicino alle sue corde ma che non rende omaggio come dovrebbe alla fu Loredana Bertè.

Giusto il tempo di provare a immaginare ancora una volta quali siano stati i criteri che hanno portato alla scelta di un Gabriel Garko e una Madalina Ghenea come valletti per il Carlo nazionale e la sfida può subito riprendere.

Tocca ai nuovi Dear Jack che accompagnati alla grande dall’Orchestra di Sanremo propongono una versione non troppo convincente di “Un Bacio a Mezzanotte” del Quartetto Cetra (certi classici andrebbero sempre presi con le pinze!).

E qui arriva la prima coltellata dritta al cuore: salgono sul palco gli Zero Assoluto e riescono a rendere insopportabile (per non dire peggio!) un brano poderoso come “Goldrake/Vega” degli Actarus, grazie ad una pessima versione acustica che non credo sia andata giù nemmeno alla fan più accanita del duo pop.

Per fortuna giunge il momento di una nuova, grande prova da parte dell’attrice e comica Virginia Raffaele: questa volta è la stilista Donatella Versace a fare da spalla a Carlo Conti, con battute taglienti, smorfie mostruose (ma sempre più umane della Versace originale!) e il trucco e parrucco che nel corso della serata sembra gradualmente smontarsi del tutto. Con grande ironia e padronanza della Raffaele che non può che meritarsi la standing ovation ad ogni fuori programma.

La sfida del primo gruppo riprende con Giovanni Caccamo e Deborah Iurato e la loro versione di “Amore Senza Fine” del grande Pino Daniele. Un buon doppio gioco vocale, ma lo stile del cantante napoletano non viene sfiorato nemmeno un po’ e il risultato è una melensa canzone da cartone Disney.
A passare la prima manche è Noemi.

Il secondo gruppo di Big vede esibirsi per prima Patty Pravo feat. Fred De Palma che da gran signora decide di fare una cover di se stessa con “Tutt’al Più” del  1970. Un’autocelebrazione di 50 anni di carriera di tutto rispetto, al di là della scelta del rapper italiano come collaboratore per l’occasione.

L’ex Dear Jack Alessio Bernabei sceglie invece Benji & Fede (mi riserbo il lusso di non sapere chi siano!) per snaturare un grande brano come “A Mano A Mano” di Riccardo Cocciante e reso famoso da Rino Gaetano, ma per fortuna Dolcenera riesce a rialzare l’asticella del gradimento con una versione non troppo convincente ma efficace di “Amore Disperato” di Nada.

La seconda coltellata al cuore della serata viene sferrata da Clementino che decide di scomodare Fabrizio De Andrè e la sua “Don Raffaè”: chiunque con un minimo di gusto sarebbe contrariato da una simile prova. Ma, guarda un po’, vince Clementino.

Si alza a questo punto una grande standing ovation per la reunion dei Pooh (con tanto di Riccardo Fogli dopo 43 anni di peregrinazione), che infiammano gli ultra cinquantenni presenti al Teatro Ariston con un super medley di classici e una “Uomini Soli” vecchia di 26 anni. Playback puro, gobbo con i testi a scorrimento, ma pur sempre onore e commozione per una band italiana con alle spalle 50 anni di carriera e che ha attraversato con successo almeno quattro generazioni di fan.

E qui arriva la sorpresa dalle Nuove Proposte citata all’inizio: a causa di un errore nel conteggio dei voti della sala stampa, Miele è costretta a veder sfumare il sogno della finale sanremese e a cedere il passo a Francesco Gabbani. Una notizia che in realtà non sembra sconvolgere nessuno, ma potrebbe essere solo un’impressione.

Elio e le Storie Tese aprono le esibizioni del terzo gruppo in gara con una strepitosa “Quinto Ripensamento”, un adattamento del “A Fifth of Beethoven” direttamente dal film “La Febbre del Sabato Sera” (1977), con testo inventato dagli stessi virtuosi di Stefano Belisari. Da notare il divertimento stampato sulle facce di tutti i musicisti dell’Orchestra.

Arisa prova a farsi notare con una inespressiva “Cuore” by Rita Pavone, mentre Rocco Hunt sembra arrivare direttamente dalla sagra delle ovvietà col suo blando tentativo di fomentare l’Ariston sulle note di “Tu Vuo Fa’ l’Americano”.

Ma la prova canora più convincente della serata è quella di Francesca Michelin con una cover di “Il Mio Canto Libero” che rende giustizia al genio di Mogol/Battisti. A vincere la terza manche è però Rocco Hunt. Mah.

L’attenzione a questo punto comincia a decisamente a calare, e il quarto gruppo di Big è probabilmente quello passato più in sordina tra un Neffa senza troppa personalità (con “ ‘O Sarracino”), un Valerio Scanu del tutto insipido (“Io Vivrò” di Mogol/Battisti), una Irene Fornaciari abbastanza grintosa (“Se Perdo Anche Te”) e un Morgan davvero poco credibile (forse colpa dei canoni tradizionali) mentre canta “La Lontananza” di Modugno con i suoi Bluvertigo. Persino il momento comico dei coniugi Salamoia (Marta Zoboli e Gianluca De Angelis) è più sciapo che altro. Sorpresa sorpresa, Valerio Scanu vince il quarto turno.

Sale sul palco Nicole Orlando, l’atleta Down entrata nella leggenda per le sue cinque medaglie vinte durante gli ultimi mondiali di atletica (4 ori e un argento) che commuove il pubblico con la sua semplicità, il suo amore per lo sport e lo scambio di battute con Carlo Conti e Gabriel Garko. Ma il senso dell’ospitata è nient’altro che il lancio della nuova edizione del programma Rai “Ballando con le Stelle”.

Anche il quinto e ultimo gruppo di cover mette a dura prova la zia narcolettica dell’abbronzatissimo Conti, con Lorenzo Fragola che tentenna nel rendere un tributo all’altezza di un cantautore come Francesco De Gregori (“La Donna Cannone”), un Enrico Ruggeri in gran forma ma senza infamia e senza lode (“ ‘a Canzuncella”), una tutto sommato energica versione di “America” di Gianna Nannini da parte di Annalisa e una standing ovation facile facile per gli Stadio e “La Sera dei Miracoli” del buon Lucio Dalla.

Il circolo delle ospitate si chiude in maniera piuttosto improbabile, con pochi minuti di risate insieme a Pino e Gli Anticorpi (ma che fine avevano fatto?) e una del tutto indifferente esibizione da parte della star internazionale Hozier (“Take Me The Church”), tanto per ribadire il sostegno alle tanto dibattute Unioni Civili.

Senza allungare ulteriormente il brodo, sono gli Stadio a portare a casa il premio finale per la serata delle cover. Della serie “ti piace vincere facile?”.

Il terzo atto della sessantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana si è consumato così, in maniera davvero distratta e difficile da voler ricordare negli anni avvenire. Ma per qualche strana ragione la formula di Conti sembra funzionare ancora alla grande: a ciascuno le proprie osservazioni/opinioni a riguardo.

Personalmente, sono solo portato a rivisitare lo slogan di lancio del festival: “Tutti amano Sanremo (?)

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