Home > Rubriche > Eventi > Festival del Film di Roma 2014 — Un bilancio della nona edizione

Festival del Film di Roma 2014 — Un bilancio della nona edizione

Si è appena concluso il nono Festival Internazionale del Film di Roma ed è tempo d’inevitabili bilanci.

Come si è rivelata la selezione di opere presentata nelle terza (e ultima) edizione targata Marco Müller? Ha funzionato l’esperimento di far eleggere i film vincitori direttamente dagli spettatori in sala? Com’è stata in generale la risposta del pubblico romano nella dieci giorni dell’Auditorium? Qual è lo stato attuale del cinema italiano, vista la cospicua presenza di titoli nostrani disseminata tra le varie sezioni?

Andiamo con ordine, iniziando dalla qualità generale delle opere presentate.

Un festival con cinque opere grandissime è indubbiamente una manifestazione da ricordare, e le cinque punte massime di quest’anno rimarranno negli annali della storia del cinema, probabilmente (ai posteri l’ardua sentenza): parliamo di “Jà visto, Jamais visto” di Andrea Tonacci (mediometraggio), “Angeli della Rivoluzione” di Aleksej Fedorčenko, “Gone Girl – L’amore bugiardo” di David Fincher, “Os Maias (Alguns) Episódios da Vida Romântica” di João Botelho e “As the Gods Will” di Takashi Miike, in mio personalissimo ordine di gradimento.

C’è di tutto in questa cinquina, per tutti i palati: la sperimentazione di nuovi linguaggi grazie al montaggio di frammenti di una vita intera da cineasta “di frontiera” (Tonacci), l’idea di portare ai popoli la rivoluzione comunista grazie all’arte d’avanguardia in un’opera essa stessa d’avanguardia (Fedorčenko), il grande neo-noir hollywoodiano (Fincher), il romanzo borghese ottocentesco trasporto nella forma cinematografica più consona (Botelho) e il divertissement splatter e d’autore (Miike). Speriamo abbiate modo di vederli in sala: io posso solo dirvi che “Gone Girl” esce nei cinema il 18 dicembre e di tenere sotto controllo “Fuori Orario” su Rai3, che nelle prossime settimane passerà il film di Tonacci.

In aggiunta, un’altra decina di titoli di valore, tra i quali vi segnalo i tre che più hanno colpito l’immaginario mio e delle decine di colleghi presenti all’Auditorium: “A Girl Walks Home Alone at Night” di Ana Lily Amirpour, folle horror vampiresco persiano/americano con poco sangue e molto stile, “Haider” di Vishal Bhardwaj, rilettura moderna dell’Amleto che frulla insieme Bollywood, action e gangster movie, e “Nightcrawler” di Dan Gilroy, che uscirà tra poco in Italia con il titolo “Lo sciacallo”, da non perdere, più attuale della manifestazione della Cgil di sabato, come adeguarsi alla devastante crisi economica e occupazionale, con uno strepitoso Jake Gyllenhaal che già si candida prepotentemente all’Oscar prossimo venturo.

Passiamo all’esperimento del “voto popolare”: ha funzionato? Direi proprio di no, e non per la qualità dei film premiati. La sezione Gala ha visto trionfare “Trash” di Stephen Daldry, un’opera facile e furbetta ma d’indubbia riuscita; in Prospettive Italia ha vinto “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson che, nella sua pochezza, è comunque un film che si guarda volentieri; il Cinema d’Oggi ha premiato “12 Citizens” di Xu Ang, ennesima versione de “La parola ai giurati”, segno di un testo universale adattabile a tutte le realtà del mondo.

La grande sorpresa è arrivata da Mondo Genere, la sezione dedicata al thriller e all’horror: nonostante la presenza di Kevin Smith (“Tusk”) e Brad Anderson (“Stonehearst Asylum”), la vittoria è andata all’indiano “Haider”. Come si spiega? Semplicissimo. La proiezione ufficiale era piena di connazionali indiani che tifavano per il film come allo stadio e che hanno votato in massa il massimo possibile. E qui arriva la stortura di questo sistema di voto, che si rileva essere niente più che una sorta di applausometro o equivalente del “Mi piace” facebookiano.

Se portare più amici e “tifosi” in sala a votare garantisce buone possibilità di vittoria, che senso può avere un premio assegnato sulla base di questi criteri? Chi ci dice che l’italiano vincitore non fosse soltanto il “film con più amici disposti a venire in sala Roma a votare cinque stelle”? Se si vuole perseverare nei prossimi anni con l’assenza di una giuria qualificata, io tornerei all’esperimento delle prime edizioni: una giuria popolare, ma formata da un numero limitato di persone, selezionate in base a criteri da stabilire (ai tempi bisognava dimostrare di essere andati almeno dieci volte al cinema nei precedenti due mesi, per poi concorrere in un sorteggio).

Lasciando da parte le polemiche sul calo di biglietti venduti rispetto alla scorsa edizione (con meno proiezioni e meno sale coinvolte, era un risultato più che scontato) chiudiamo con un focus sul (disastrato) cinema nazionale. Più di venti titoli presentati, con una selezione espressamente dedicata, e un livello medio ai limiti dell’imbarazzante: dovessimo stilare una graduatoria globale del Festival, tutti gli ultimi posti sarebbero occupati da film italiani (vedi “Tre tocchi” di Marco Risi). Il Festival rimane l’unica vetrina dove trovare un minimo di visibilità, ma se il materiale esposto è questo l’effetto è esattamente opposto, decisamente respingente. È doveroso segnalare l’unica grande sorpresa, che viene da un regista italiano in trasferta oltre Manica: “Index Zero” di Lorenzo Sportiello è un’autentica chicca di genere, fantascienza politica, futuro distopico che usa al meglio l’esiguo budget a disposizione senza mai scadere nella minima sciatteria di messa in scena. Dategli una chance, la merita.

Quale sarà il futuro del Festival di Roma? Marco Müller se ne va tra le polemiche, dopo tre anni alla guida di una manifestazione che non ha mai sentito completamente sua, e che ci ha comunque lasciato un’edizione, quella del 2013, davvero splendida. Bisogna che la Fondazione Cinema si decida a dare un preciso orizzonte. Si vuole che sia una kermesse per il pubblico capace di ospitare grandi eventi e star? Allora si viri decisamente in questa direzione. Si vuole un ibrido tra il glam e un festival classico? Allora si esca dall’Auditorium, luogo perfetto per la moltitudine di sale che ospita ma inspiegabilmente non amato da gran parte della città, e si porti il Festival nelle sale cittadine, lo si faccia arrivare nelle periferie, a contatto diretto con la gente. L’impressione è che ogni anno si navighi a vista, i primi nomi usciti nel toto-successore di Müller sono quelli di Carlo Verdone e Gianni Amelio.

Non possiamo far altro che aspettare, e sperare che il PD romano difenda una delle poche cose di cui può andar fiero, che la politica, ancora una volta, non rovini tutto. Il sottoscritto, dopo dieci giorni passati a guardare film, a parlare di cinema, a incontrare grandi star e autori, non può fare altro che urlare a squarciagola: lunga vita al Festival di Roma!

Scroll To Top