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Festival del Film di Roma 2014 — Intervista a Aleksej Fedorčenko

Il Festival Internazionale del Film di Roma 2014 assegna oggi il Marc’Aurelio del Futuro ad Aleksej Fedorčenko, «una tra le figure assolutamente più originali — cos lo definisce il direttore artistico Marco Müller — nel panorama della produzione russa del Terzo Millennio».

A Roma Fedorčenko presenta in anteprima mondiale il suo nuovo film “Angeli della Rivoluzione” (“Angely Revolucii”, qui la nostra recensione): negli anni 30 la combattente comunista Polina Revoluzja viene incaricata dal governo sovietico di convertire le popolazioni del nord della Russia, i Khanty e i Nenets, alla nuova ideologia. Suoi compagni in questa avventura sul filo dell’assurdo saranno cinque artisti dell’avanguardia.

Abbiamo incontrato il regista qui all’Auditorium Parco della Musica, appena arrivato in città.

Partiamo dal titolo: perché i protagonisti sono “angeli” della rivoluzione?
Gli angeli non sono solo quelli del titolo, e non vuol dire che gli unici angeli siano quelli che facevano la rivoluzione. Gli angeli non sono nemmeno solo quelli che appaiono in scena con le ali. Gli angeli, per me, sono anche i Khanty, che vivono in pace nella loro terra. E sì, angeli sono anche i nostri protagonisti, gli artisti. Questa storia non presenta eroi cattivi, sono tutti buoni, buoni come gli angeli.

All’inizio del film leggiamo che la sceneggiatura si ispira a fatti realmente accaduti: come ne è venuto a conoscenza?
Mi ci sono imbattuto per caso, perché è una pagina nascosta, una pagina strappata dalla storiografia ufficiale sovietica. Mi trovavo come ospite nella tenda di una famiglia Khanty e, mentre mangiavamo carne di cervo cruda, queste persone mi hanno raccontato di come i loro nonni avessero preso parte alla ribellione degli sciamani contro il potere sovietico. La sceneggiatura è mia, l’ho scritta insieme a Denis Osokin e Oleg Loevsky.

In “Silent Souls” abbiamo incontrato i Merja, in “Spose celesti dei Mari della pianura” c’erano appunto i Mari, in “Angeli della Rivoluzione” sono protagonisti i Khanty e i Nenets: c’è un legame tematico tra i suoi ultimi tre film?
L’unica cosa in comune è che le etnie di cui parlano i film appartengono tutte al ceppo ugro-finnico. Per il resto le opere presentano umori diversi e sono ambientate in epoche lontane l’una dall’altra.

Definirebbe “Angeli della Rivoluzione” un film storico?
Ho coniato una definizione personale che amo utilizzare per il genere dei miei film: “fiaba documentaria”. E questo vale per tutti quelli che ho girato, compresi i documentari veri e propri.

Come ha lavorato con il direttore della fotografia Shandor Berkeshi?
Come regista mi concentro soprattutto sulla storia e su come comporre l’inquadratura in modo che risulti interessante. Del mio direttore della fotografia, che lavora con me da tanto tempo, amo l’approccio minimalista: con una semplice fonte di luce è in grado di realizzare scene molto particolari.

E agli attori quale tipo di recitazione ha richiesto?
Chiedevo che conoscessero i loro ruoli e che pronunciassero le parole correttamente (sorride, ndr.) Mi riferisco soprattutto gli attori non professionisti, perché tutti i Khanty che vediamo nel film sono persone che tuttora abitano in quelle zone, dove si sono svolti i fatti all’inizio del secolo scorso e dove noi abbiamo girato il film. Sia agli attori sia ai non-attori io chiedo un’unica cosa: non recitare.

Il governo sovietico scelse davvero degli artisti per incontrare i Khanty?
No, in realtà vennero mandati alcuni rappresentanti dell’ente dell’istruzione.

E perché nel film sono diventati degli artisti?
Perché è molto più interessante.

Si tratta tra l’altro di artisti visivi e artisti della messa in scena: vediamo in azione uno scultore, un architetto, due registi… 
I legami con un popolo si stabiliscono in due modi: attraverso la cultura oppure attraverso il commercio. Nel nostro caso c’era poco da commerciare, e quindi… Naturalmente non mancano collisioni e incomprensioni: i Khanty non sono in grado di comprendere tutto ciò che questi artisti d’avanguardia propongono loro, come del resto gli artisti non possnoo capire certi usi e costumi del popolo con il quale si scontrano. Il fatto che due protagonisti siano l’uno un regista di cinema e l’altro un regista di teatro mi ha offerto la possibilità di costruire l’inquadratura in un certo modo, direi primitivista. “Angeli della Rivoluzione” è un film molto teatrale: da una parte abbiamo il teatro d’avanguardia degli anni 20 e dall’altra il teatro delle marionette dei Khanty, oggi scomparso.

Come hanno vissuto i Khanty l’esperienza delle riprese? E hanno visto o vedranno il film?
Certamente, andrò apposta da loro per farglielo vedere. Le riprese sono state un’esperienza normale, come per chiunque altro. I Khanty non sono diversi da noi. E hanno uno spirito indipendente, non gli importa che si giri o meno un film su di loro.

“Angeli della Rivoluzione” sarà distribuito in Russia?
Sì, probabilmente l’anno prossimo.

Due anni fa ha presentato qui a Roma “Spose celesti dei Mari della pianura”, torna oggi per ricevere il Marc’Aurelio del Futuro: che idea si è fatto del Festival?
Sono arrivato da poco, non posso dire di essermi fatto un’idea precisa sulla nuova edizione. Apprezzo molto comunque il lavoro di Marco Müller e penso che rinunciare alla giuria tradizionale per affidarsi solo al giudizio del pubblico sia un’idea molto valida che dovrebbero seguire anche gli altri festival. Il cinema non è una gara o peggio una gogna, ed è impossibile paragonare due buoni film. È come se ci domandassimo: è più bello il Kilimangiaro o un mucchietto di foglie di pioppo? Sono entrambi bellissimi.

Quale pensa che debba essere allora la funzione di un festival?
Prima di tutto i festival devono esserci. Le città che li organizzano si sviluppano in modo completamente diverso, e non solo per quel che riguarda il cinema, sono proprio delle città migliori. Il festival, se è un buon festival, costituisce sempre un brodo primordiale culturale e ciò che vi ribolle può dare frutti formidabili.

Per noi qui in Italia i festival rappresentano l’unica possibilità di conoscere il cinema russo contemporaneo.
È lo stesso in Russia per il cinema italiano. E anche in questo sta il senso dell’esistenza dei festival, nella possibilità di far circolare film che altrimenti non avrebbero distribuzione. Devo ammettere però che non sono un cinefilo fanatico. Il cinema è un bellissimo modo per passare il tempo, ma non è la vita.

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