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Festival del Film di Roma 2014 — Intervista a Jean-Pierre Jeunet

Un regista non molto prolifico, ma sempre fantasioso e personale nei suoi progetti che sceglie e prepara con accuratezza, occupandosi di tutti gli aspetti della produzione, da quelli tecnici a quelli artistici. È questo e molto altro Jean-Pierre Jeunet, che dopo il botto clamoroso de “Il favoloso mondo di Amèlie”, miglior incasso della storia del cinema francese e grande successo di pubblico in tutto il mondo, Italia compresa, ha dovuto reinventarsi una carriera senza cedere alla sirene hollywoodiane, foriere di facili guadagni quanto di scarsa libertà creativa.

Lo abbiamo incontrato al Festival Internazionale del Film di Roma in occasione dell’anteprima italiana, nella sezione Alice nelle Città, del suo ultimo lavoro “Lo Straordinario Viaggio di T. S. Spivet” (qui la recensione) che, finalmente comprato da Fulvio Lucisano per la distribuzione dopo oltre un anno di attesa, uscirà nelle nostre sale tra febbraio e marzo del 2015.

Come si è imbattuto nel romanzo “La mappa dei sogni” di Reif Larsen, il libro da cui è tratto il suo film?
Dopo aver girato “L’esplosivo piano di Bazil”, non avevo voglia di occuparmi nuovamente di un soggetto inedito. Così mi sono rivolto a Julien Messemackers, un “lettore” che aveva già collaborato con me ai tempi di “Amèlie”. Dopo qualche tempo mi ha segnalato il libro di Larsen, dicendomi che sembrava scritto apposta per me. Mi ha inviato una copia del libro e l’ho terminato in pochi giorni, rimanendo colpito dalla profondità, dallo straordinario protagonista, dalla storia toccante, dall’ambiente, dai treni, dal Montana…

Quando ho conosciuto Larsen, qualche tempo dopo, mi ha fatto vedere un libro fotografico che io avevo regalato a tutti i miei amici qualche giorno prima! Ci è sembrato che una forza superiore ci stesse dicendo di collaborare insieme. Io e Reif abbiamo gli stessi gusti, le stesse ossessioni, gli stessi interessi, lui sembra me 30 anni fa. Per me era anche l’occasione perfetta per realizzare un film in 3D. il libro è pieno di appunti, disegnini a margine, perfetti per svolazzare attorno agli spettatori in una sala cinematografica, era da tempo che aspettavo l’occasione giusta per poter utilizzare questa nuova tecnica. Quando ero bambino possedevo un piccolo stereoscopio View Master, e lì ho cominciato, quando avevo 8 anni, a tagliuzzare, a rimontare… Ricordo ancora l’odore che emanava quell’apparecchio quando si surriscaldava. Mi torna in mente soprattutto quando sono in macchina e sento l’odore del radiatore che si riscalda. È la mia personale “madeleine” proustiana.

Parliamo un po’ adesso della sua carriera precedente. Lei ha lavorato sia a Hollywood che in Europa, quali sono le differenti principali che ha riscontrato tra i due “mondi” cinematografici?
Per quanto riguarda il cinema americano, la prima grossa differenza è quella tra le produzioni indipendenti e quelle dei grandi studios. Io ho girato un solo film con una major, “Alien – La clonazione”, e direi che all’epoca ho avuto il 95% di libertà di fare quel che volevo, oggi non sarebbe assolutamente possibile. Per quanto riguarda “T. S. Spivet”, gli USA mi sono solo serviti per alcune locations, ma il film è una coproduzione franco-canadese, in questo modo ho potuto avere il final cut. È un falso film americano, perché soltanto il protagonista Kyle Cattlett è americano, gli altri attori sono inglesi (Helena Bonham Carter), australiani (Judy Davis) o francesi (Dominique Pinon, quasi un portafortuna, presente in ogni film del regista, qui in un piccolo cameo, ndr). Ma non si può mai sfuggire agli americani.

Il film è piaciuto moltissimo alla Miramax, ad Harvey Weinstein, che l’ha comprato ma per distribuirlo vuole rimontarlo a modo suo: io mi rifiuto categoricamente, quindi è guerra aperta. Voleva fare la stessa cosa ai tempi di “Delicatessen”, ma io e il mio co-autore Marc Caro gli dicemmo che se avesse toccato qualcosa avrebbe anche potuto togliere i nostri nomi dai crediti. Stessa cosa con “Il favoloso mondo di Amèlie”, il film non vinse l’Oscar perché la Miramax quell’anno fu boicottata dall’Academy in quanto faceva delle cose poco raccomandabili per far vincere i premi ai loro film. La storia continua: “T. S. Spivet” è l’unico della mia vita che ho girato negli USA, e non è ancora uscito lì. Magari prima o poi da qualche parte uscirà, magari su Netflix… Il film sta uscendo in ritardo di un anno per colpa sua, lo ha bloccato in tutto il mondo. Qualche mese fa sarei dovuto andare a Zurigo per ricevere un premio, Weinstein me l’ha impedito ed è andato lui al posto mio. Ora finalmente sono qui ad accompagnare il mio film, e posso sfogarmi un po’.

Un vero rapporto di amore/odio… Aldilà di quello che mi ha appena detto, lei non è comunque un regista molto prolifico. La motivazione? La complessità dei progetti che sceglie, la difficoltà di mettere insieme i soldi per la produzione o altro?
Un po’ di tutto questo. Per trovare un soggetto che m’interessi ci metto molto tempo, e quando lo trovo m’impegna mediamente per tre/quattro anni per seguirne tutte le fasi. Poi mi scrivo da solo i copioni, anche se mi faccio anche aiutare da altri (come Guillaume Laurant in questo caso). E, in ultimo, c’è anche la questione economica naturalmente, dovendo lavorare per così tanto tempo su un progetto, tenere impegnate tante persone, costa denaro. Poi la mia fortuna è che i miei film piacciono in tutto il mondo, quindi passo anche molto tempo all’estero a promuoverli e a parlarne.
Dati i ritmi con i quali lavoro, in maniera ottimistica posso dire che riuscirò ancora a fare forse ancora un paio di film prima di ritirarmi, forse…

Torniamo a di “Lo Straordinario Viaggio di T. S. Spivet”. Dal film emerge un atteggiamento ambivalente verso la provincia statunitense: si percepisce una sorta di repulsione verso quell’umanità chiusa e gretta accoppiata, però, ad una grande fascinazione per gli spazi aperti, per gli hobos, per i globetrotter. È presente questo doppio sentimento?
Tutto gli europei hanno, secondo me, una sorta di fascinazione per i grandi spazi americani, quindi per me è stato un vero piacere andare a filmare i ranch, i cavalli, le montagne. Noi comunque giravamo nel Montana ma dalla parte canadese, aldilà del confine, e andavamo a vedere i rodei, incontravamo i cosiddetti “Rednecks”. Lì Ang Lee ha girato “Brokeback Mountain”: la prima cosa che ci hanno chiesto è se non si trattasse di un altro film di “faggots” (che sta per omosessuali ma in maniera molto dispregiativa, ndr).

Ancora Ang Lee… Racconta ai nostri lettori l’altro aneddoto che vi accomuna?
“Vita di Pi” dovevo farlo io. Ci ho lavorato molto, curando tutte le fasi fino allo story-board definitivo. Ma i tempi si stavano allungando a dismisura, io ci avrei messo forse sette anni per ultimarlo, e mi è stato strappato di mano. Anche se poi è costato qualcosa come 150 milioni di dollari, io ce l’avrei fatta con 60/80. Ogni regista al mondo ha un progetto che non è mai riuscito a realizzare: Gilliam ha il suo “Don Chisciotte”, Tim Burton ha “Superman”, Kubrick aveva “Napoleon”, per me sarà “Vita di Pi”. Ho visto il film, naturalmente. Penso che la parte centrale sia splendida, mentre all’inizio e alla fine hanno fatto un copia/incolla che, secondo me, non funziona tanto bene. La tigre generata al computer, quando ci stavo lavorando io, non era nemmeno ipotizzabile.

Rimanendo in tema di film diretti da altri, proviamo a fare un gioco. Potesse salire su una macchina del tempo, quale film del passato le piacerebbe dirigere?
“C’era una volta il West” di Sergio Leone. Quando lo vidi avevo 17 anni, per lo shock non ho parlato per tre giorni. I miei genitori mi chiedevano cos’avessi e io li scacciavo: “Non potete capire”. Visto che siamo in Italia, ne approfitto per dire che riguardo una volta l’anno “La dolce vita”, e che ho già visto sei volte “La grande bellezza”.

Nella famiglia Spivet del suo ultimo film convivono degli opposti, che accomunano la coppia di genitori alla coppia di figli gemelli: intelletto e praticità, genio e manualità, e sembra che non si possa essere felici senza che le due cose convivano armonicamente. È d’accordo con questa interpretazione?
Oh, sono davvero colpito… Il pittore Jean Renoir diceva: “Qualsiasi mestiere che non si fa con le mani è sospettoso”. Vorrei rispondere semplicemente così, non so però se è soddisfatto della risposta.

Ma sì, Jean Pierre, sono soddisfatto. Non bisognerebbe mai chiedere ad un regista interpretazioni su un suo film, ma la tentazione è stata troppo forte. Una chiacchierata interessante, dove l’uomo apparentemente più buono e pacificato del mondo, se dovessimo definirlo attraverso le sue opere, si è tolto vari sassolini che aveva nelle scarpe chissà da quanto tempo. E non verso uno qualunque, ma verso il boss dei boss, Harvey Weinstein: forse il buon Jeunet non tornerà a lavorare molto presto negli Usa.

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