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Festival del Film di Roma 2014 – Kevin Costner presenta Black and White

Kevin Costner è al Festival Internazionale del Film di Roma 2014 per la proiezione di “Black and White”, il film diretto da Mike Binder che viene presentato oggi nella sezione Gala e lo vede impegnato anche come produttore: un dramma familiare che affronta il tema del razzismo e le tensioni che negli Stati Uniti esistono ancora oggi tra le persone con la pelle bianca e quelle con la pelle nera (qui la nostra recensione).

Costner è Elliott, un avvocato di mezza età che qualche anno prima ha perso la figlia adolescente, morta di parto. Il padre della bambina, che da allora è sempre vissuta con Elliott e la moglie Carol, è un giovane nero con problemi di droga che non è mai stato in grado di assumersi alcuna responsabilità. Quando muore anche Carol, però, la nonna paterna della piccola Eloise non accetta che la bambina continui ad abitare da sola con l’altro nonno, bianco, e vuole chiederne l’affidamento.

All’incontro mattutino con la stampa, all’Hotel Bernini, si percepisce un grande calore intorno a Kevin Costner e nelle borse dei giornalisti presenti si nascondono varie foto, dvd e addirittura vecchie vhs che aspettano di essere autografate da uno degli attori più amati degli anni 90. Costner lo sa ed esordisce scusandosi per il ritardo: «Mi dispiace, veniamo direttamente dall’aeroporto, e vedere questa stanza piena mi scalda il cuore. Il percorso in macchina è stato incantevole, sarebbe bello poter stare con voi all’aperto».

Poi si parte con le domande alle quali l’attore si attiene fino ad un certo punto. Sa cosa dire, sa benissimo come gestire un incontro di questo tipo, lo lasciamo fare volentieri.

Il tema di “Black and White” è la difficoltà di vivere in una società multirazziale

L’argomento è davvero delicato e non sarò certo io ad avere in tasca la soluzione. Ma la bellezza del mondo da sempre risiede nelle differenze e tra i ricordi più cari della mia vita ci sono gli incontri con persone di lingue e origini diverse. Il razzismo rappresenta un enorme problema negli Stati Uniti. L’America stessa è stata fondata con il contributo degli schiavi e questo errore lo abbiamo pagato a carissimo prezzo. Non siamo l’unico paese ad averlo fatto, me ne rendo conto, ma si tratta comunque di una delle violenze peggiori che si possano infliggere all’umanità.

Io ho deciso di affrontare l’argomento non con un film storico ma con un film che parla di noi, del nostro tempo, e mi auguro che questo possa essere d’aiuto. Di fronte alla sceneggiatura di “Black and White” ho detto a mia moglie: «questo film va fatto». E per riuscirci abbiamo dovuto metterci i nostri soldi, perché i grossi studios non lo consideravano un progetto valido. Io penso invece che “Black and White” abbia non poche possibilità di successo e che possa essere utile a chi vuole affrontare seriamente il razzismo e le sue conseguenze.

Ci tengo a dire però che il film è anche umoristico, pieno di calore, si ride tanto e ci si commuove. Il senso dell’umorismo è fondamentale per affrontare anche i peggiori dolori. Il mio personaggio ha perso le due due donne più importanti della sua vita, la moglie e la figlia. Soffre, beve molto, e sta lottando per salvaguardare l’unico legame importante che gli resta, quello con la nipotina. E quando nella vita sai per cosa batterti, sai anche cosa fare.

La sua carriera ha sempre alternato ruoli in film d’azione ad altri più sentimentali

Il mio approccio d’attore cambia in ogni film, non ho mai pensato di costruire la mia carriera su un solo genere. Probabilmente è più furbo e facile proporre sempre lo stesso tipo di prodotto, così tutti ti riconoscono e sanno cosa aspettarsi da te, ma io mi sono sempre sentito libero di dedicarmi sia a film con un grosso budget sia a progetti più piccoli. E quando trovo una buona sceneggiatura che nessuno vuole produrre, lo faccio da me. La vita spesso ci offre una sola possibilità e bisogna coglierla.

Io ho avuto l’opportunità di recitare, di fare musica, di viaggiare… Ma tutto questo, ne sono consapevole, può finire da un momento all’altro. L’unica cosa che resta per sempre è la responsabilità di essere un padre. Voi mi conoscete attraverso il mio lavoro, ma io passo anche molto tempo a casa, mi piace portare i miei figli a scuola, trascorrere del tempo insieme… È una gioia star loro accanto, prendere parte ai loro problemi quotidiani, farli riappacificare quando litigano… La mia bambina di quattro anni vive già grandi drammi, tutti i giorni (sorride, ndr). In fondo essere famoso è una stranezza anche se, è evidente, ne ho tratto molteplici vantaggi: mi trattano bene ovunque io vada, la gente mi dedica il proprio tempo e mi offre il meglio delle proprie città. Stasera a Roma dormirò in una stanza bellissima. Riconosco tutto questo e lo apprezzo.

Nella mia famiglia nessuno aveva esperienze nel mondo del cinema, e i soldi erano pochi. Quando ho detto a mio padre che avrei voluto diventare un attore per lui è stata dura, perché non sapeva come aiutarmi. E se c’è una caratteristica che tutti i padri hanno in comune è il desiderio di aiutare i propri figli. Dalla vita ho avuto molto più di quanto io abbia mai osato sperare e ciò mi riempie di gratitudine. Ma, credetemi, a casa conduco una vita del tutto normale: non ci sono macchine da presa intorno a me, né microfoni, ma solo i grandi drammi esistenziali della mia bambina. In questo periodo poi è ossessionata dal film Disney “Frozen” e quando fa così (mima il gesto di Elsa, la “regina delle nevi”, ndr) tutti devono fingere di restare congelati, compresi i suoi fratelli e le sue sorelle.

Qui a Roma mi ha accompagnato un’altra delle mie figlie, Lily. Anche lei da piccola era una drama queen come la sorellina, e oggi è una splendida giovane donna di 28 anni che tra l’altro ha cantato in una scena di “Black and White”. La mia vita contiene una parte bizzarra, quella che mi fa essere ora in una sala piena di giornalisti, ma ciò non mi toglie la gioia di passeggiare in giro per la città con mia figlia. Una cosa non esclude l’altra, e sono entrambe per me davvero importanti.

Di recente ha vinto il Golden Globe come migliore attore per la serie tv “Hatfields & McCoys”, le cui riprese hanno avuto luogo in Romania

Scegliere la Romania come set ci ha permesso di realizzare materialmente la serie, altrimenti sarebbe stato impossibile dal punto di vista produttivo. Il miglior complimento che si può fare ad un luogo è il desiderio di volerci tornare, e a me piacerebbe moltissimo andare di nuovo a girare in Romania. Per quanto riguarda il Golden Globe, è stato bellissimo per me vincerlo. Mi rende felice essere premiato per la recitazione perché mi ci dedico con grande impegno (Costner ha vinto l’Oscar solo come regista per “Balla coi lupi” e per quel film ha ricevuto anche la sua unica nomination come attore, ndr) Magari la gente pensa che per uno nella mia posizione vincere un premio non conti granché, ma non è così, per me significa moltissimo. Mia moglie è venuta con me alla cerimonia, è stata una splendida serata. Siamo tornati a casa e abbiamo provato a fare un altro bambino (ride, ndr).

A Hollywood è sempre più frequenti che gli attori si dedichino anche alla produzione

I film costano sempre di più, arrivano a 150, 200 milioni di dollari e anche oltre. È giusto che ci sia spazio per i grandi film, ma nel cuore di chi ama il cinema c’è posto anche per le produzioni più piccole che, perché no, possono pure arrivare ad incassare parecchio. Il mio “Balla coi Lupi” costò 16 milioni di dollari e ne incassò 500. “Bull Durham” aveva un budget di 6 milioni e arrivò ad incassarne 200. I più grandi successi della mia carriera erano partiti come piccole produzioni. Spero che “Black and White” venga visto e che trovi il suo pubblico perché contiene un messaggio in grado di aiutarci. Lo so perché ha aiutato me per primo, e mi ha reso una persona diversa. Quando si parla di razzismo gli animi si scaldano subito e “Black and White” ci mostra come evitarlo. Ma non voglio spiegarvi il “messaggio”: spero semplicemente che gli spettatori lo vedano e che il film parli ai loro cuori come ha parlato al mio. Tornando al mio ruolo di produttore, ci tengo a dire che c’è una bella differenza tra mettere semplicemente il proprio nome nei credits e tirar davvero fuori i propri soldi.

La bellezza per un attore è un vantaggio ma può essere anche causa di pregiudizi

Vi faccio un esempio: quando vediamo una donna che non ci sembra bella seduta da sola in un angolo, magari a una festa, pensiamo che sia timida. Se invece nella stessa situazione notiamo una donna bella, la giudichiamo una snob , una persona che si sente superiore e non vuole parlare con gli altri. Perché ci permettiamo di giudicare queste due donne prima che abbiano detto una sola parola? Perché nella vita siamo guidati dalle impressioni, e questo vale anche per le questioni razziali. Guardiamo il colore della pelle di una persona e, in base a come siamo stati educati, proviamo una sensazione. Quella sensazione però potrebbe essere sbagliata. Ok, quella persona è nera, o asiatica, o di qualunque altra razza, ma a questo primo momento di riconoscimento non dobbiamo dare troppa importanza.

Nel mondo della recitazione sembra quasi che il fatto di essere bello debba renderti automaticamente senza cervello e che tu non abbia meriti, solo fortuna. Nel mio caso, beh, non sono poi così intelligente e di certo sono stato molto fortunato (ride, ndr). E voglio aggiungere un’ultima cosa: mia moglie è bellissima e il suo aspetto naturalmente mi ha attratto ma la persona di cui mi sono innamorato è quella con la quale ho parlato e che ho conosciuto.

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