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Festival del Film di Roma 2014: Marc’Aurelio alla Carriera a Tomas Milian

Una scelta felice e un omaggio l’assegnazione del Marc’Aurelio Acting Award alla carriera da parte del Festival Internazionale del Film di Roma al grande Tomas Milian, attore impegnato (protagonista, tra gli altri, per Antonioni in “Identificazione di una donna”), diplomato all’Actor’s Studio, ma che qui da noi è conosciuto principalmente per le serie del “Monnezza” E del commissario Nico Giraldi che, al contrario di quello che erroneamente si pensa, NON sono lo stesso personaggio.

Una scelta infelice è stata, invece, quella di concedere solo meno di mezz’ora al suo incontro con la stampa, e pretendere che l’ottantenne Tomas rispondesse a delle domande secche. Milian aveva voglia di raccontare, e immaginiamo già cosa succederà domani quando l’attore incontrerà il pubblico nella prima masterclass di questa edizione. In molte occasioni, ci rimanda a consultare la sua biografia di recente pubblicazione “Monnezza amore mio”.

Ecco un sunto del fiume di parole con il quale ci ha inondati, completamente inutile riportarvi anche le domande, tanto Tomas non rispondeva e seguiva solo il filo dei suoi pensieri:

«A Cuba facevo parte di una famiglia alto borghese, con tanti soldi, parte della high society. Non ero felice, non mi piaceva, già avevo sviluppato uno spirito ribelle proprio perché ero contro quel tipo di vita. Avevo visto al cinema “La valle dell’Eden” e mi ero identificato col personaggio di James Dean. Anch’io non andavo d’accordo con mio padre, che voleva più bene a mio fratello. E anch’io avevo il mio “sacco di faglioli da offrirgli”, solo che lui si era già suicidato, quindi lo avrei offerto idealmente a mia madre. Fatto sta che avevo in mente di fare l’attore e di farlo alla grande. Puntavo all’America e all’Actor Studio, ma non lo avevo detto a nessuno.

Andai da una mia zia che era una donna colta, sposata al preside dell’Università dell’Avana, che sosteneva anche economicamente la rivoluzione di Castro. La mia famiglia invece non ne voleva sapere. Io non ero politicizzato, non sapevo niente di comunisti e fascisti. Poi mi sono reso conto che ero io a essere un piccolo fascista, sempre in macchina super-accessoriata con l’aria condizionata, mi buttavo tutto il giorno al culture club e cose di questo tipo. Insomma ero uno stronzo. E lei mi aprì gli occhi proprio così. Mi disse: “Ok, ma che film faresti? Il film di un ragazzino che si sveglia all’una e la cui unica preoccupazione sono i bagni, la tintarella e le tipe da portarsi a letto la sera? Che noia! Tu, se vuoi fare l’attore, devi imparare come campa la gente comune, quanto fatica per portare il pane in tavola. Io ti pago gli studi a Miami, ma comincia dall’inglese, che in America ne avrai bisogno”.

Aveva ragione: per il mio provino scelsi un pezzo da “Home of the Brave” di Arthur Lawrence, io interpretavo un personaggio che in origine era nero, ma lo convertii in portoricano per poter sfruttare il mio accento. Io lo so quando sono bravo, che significa per me essere autentico, non fingere, come avrebbe voluto Stanislavskji. E fui bravo, andò bene, infatti mi accettarono. E poi il personaggio lo sentivo mio. Era un paralitico, ferito di guerra, che non era riuscito a salvare la vita del suo migliore amico in trincea. Per me si trattava di mio padre. Si ammazzò davanti a me quando avevo 12 anni. Era il 31 dicembre, mezz’ora prima mi aveva detto “tu sei un uomo. Dal primo gennaio ti occupi tu di mamma e della sorellina”. Poi lui se ne andò in camera mentre tutti noi altri della famiglia eravamo a mangiare in un’altra stanza. A un certo punto vedo mia madre che va a parlare con lui e torna in lacrime, e mi scatta l’istinto protettivo. Mi preparo ad affrontare mio padre. Non lo amavo, ero spaventato da lui. Era una specie di mostro, un militare che impartiva ordini col bastone. Vado in camera e lo chiamo: ‘Papi?’. Niente, non risponde. Entro e me lo trovo che mi fissa, vestito con la divisa da ufficiale. Poi mette la mano alla cartucciera e mi punta la pistola addosso. Ho pensato ‘per me è finita’, ma invece continuò verso il suo stesso cuore e si sparò un colpo. Andai in stato di shock, ma non piansi. Anzi, onestamente mi sentivo come un popolo liberato da un dittatore».

Molto più intenso di qualunque pellicola, vero? Solo all’ultima domanda, in maniera laconica, e commuovendosi, Tomas risponde:

Che effetto ti fa essere ritornato a Roma? Cosa provi di fronte all’affetto che questa città ti ha sempre donato?
Questo ritorno è la mia resurrezione.

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