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Festival di Roma 2014 – Richard Gere presenta “Time Out of Mind”

Ce l’aveva già annunciato al Festival di Giffoni poco meno di tre mesi fa, ed eccolo qui a mantenere la promessa: Richard Gere torna in Italia, al Festival Internazionale del Film di Roma, per presentare il suo nuovo “Time Out of Mind“, diretto da Oren Moverman.

Un progetto a cui l’attore teneva davvero molto, tanto da figurare anche tra i produttori del film. Ma facciamocelo dire direttamente da lui:

Questo è un progetto a cui teneva davvero molto. Ci può raccontare la genesi?
Un film che desideravo fare da tanto tempo. La sceneggiatura mi è arrivata nelle mani oltre dieci anni fa. Era ambientata alla fine degli anni 80, ma mi sembra ancora molto attuale. L’ho fatta riscrivere completamente a Oren Moverman, con il quale avevo già collaborato ai tempi di “Io non sono qui”. Gli ho anche parlato chiaro: «Tu costi troppo per questa produzione, vuoi lavorare con me ugualmente?». Ha accettato…

Lei in questo nuovo film interpreta un senzatetto. Che cosa ha scoperto sul mondo degli homeless che non sapeva già?
Ho fatto tantissime ricerche nella fase di preproduzione, ho visitato molti ricoveri per senzatetto. Abbiamo girato in ventuno giorni una volta partite le riprese, avevamo tempi strettissimi. Abbiamo usato questa tecnica: io perennemente per strada, le macchine da presa erano posizionate lontano da me, sui palazzi, m’inquadravano col teleobiettivo, io non sapevo nemmeno dove fossero. Perché vi dico questo in relazione alla domanda che mi è stata fatta? Adesso ci arrivo. Abbiamo fatto una prima prova al Greenwich Village, un quartiere benestante di New York, dove abitano persone con un livello culturale medio/alto. NESSUNO mi ha riconosciuto. Come si spiega? Perché nessuno mi  ha guardato in faccia, mai. Nessuno guarda mai in faccia un barbone, nessuno incrocia il loro sguardo. Sono invisibili.

C’è un grande film italiano, “Umberto D.”, che parla di un uomo costretto a chiedere l’elemosina in seguito a ristrettezze finanziarie, e della sua profonda vergogna verso quel gesto. Volevo sapere innanzitutto se ha visto quel film, e poi se ha provato qualche sensazione particolare quando ha dovuto “tendere la mano” durante le scene del film?
Certo che l’ho visto, è un capolavoro assoluto. Nella mia religione, il buddismo, il significato di “tendere la mano” è molto diverso dalla classica accezione che gli si dà in Occidente. È una tradizione, quella di offrire al prossimo la possibilità di aiutarti, di solidarizzare con te.

Dall’ultima volta che l’abbiamo vista qui al Festival di Roma è avvenuto un cambiamento importante, l’avvento di Papa Francesco al soglio di Pietro. Cosa pensa di questo nuovo Papa?
Non sono cattolico, sono buddista, non ho alcuna opinione al riguardo (freddata la collega che voleva lo sdoganamento interreligioso di Papa Francesco, bravo Richard, ndr.)

Hai intenzione di far virare la tua carriera verso piccoli progetti indipendenti come questo?
Credo che il futuro dei film “seri” sia questo. Gli script interessanti sono sempre messi in produzione con un budget medio di 5/10 milioni di dollari. Tempo fa gli studios avevano una divisione apposita per questi progetti, oggi è più difficile perchè con la crisi non ci guadagna più nessuno dai piccoli progetti. Quando proponi un film a uno studio, conviene sempre presentarglielo come una commedia o un thriller anche se non lo è, altrimenti le possibilità di ricevere l’approvazione scendono quasi a zero.

Il film, immergendosi nella vita degli “ultimi” della società, è anche una riflessione sulla crisi economica che affligge il mondo ormai da qualche anno.
Dico una cosa forte: in questo periodo è ancora più importante non dimenticare la solidarietà, di classe o meno. Le uniche due persone che mi hanno riconosciuto quando giravo per New York per le riprese sono stati due uomini di colore alla Grand Central Station. Mi hanno semplicemente detto “Ciao, Ric”, senza chiedermi nient’altro, e hanno proseguito per la loro strada. Io penso che sia avvenuto perché le persone di colore hanno una mentalità meno chiusa nei confronti dell’alterità, sono più aperti al mondo che li circonda, non stanno nella loro bolla.

A questo punto comincia a svolazzare un pipistrello sulla sala dove si sta tenendo la conferenza stampa, gettando nel panico soprattutto le colleghe. Richard sembra un po’ ingelosito dal fatto che l’attenzione si sia spostata totalmente su un’altra entità, ma poi si limita a fare una battuta: «È solo il primo avviso, poi arriverà la pioggia di rane e sarà davvero l’apocalisse».

Nel film troviamo il suo personaggio già calato nella condizione di homeless. Perché la scelta di non raccontare l’antefatto, i particolari della sua vita che lo hanno portato a vivere così?
C’era nello script inizialmente, ma a me non interessava far sapere tutto della sua vita, volevo che ci si concentrasse sul presente di quest’uomo, volevo che fosse il più possibile una vicenda percepita come universale, come un problema comune a molte persone. Qualche cenno biografico c’è, comunque, sappiamo della morte della moglie, sappiamo che ha una figlia.

Ha avuto difficoltà a immedesimarsi con un personaggio così socialmente diverso da lei?
È il lavoro dell’attore. Qui la vera situazione particolare era che non avveamo una storia vera e propria, si era tutti sospesi in una condizione “fuori dal tempo”. Il difficile era non sapere mai dove fosse la macchina da presa.

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