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Fiacchi e poco ispirati

Brancaleone, Roma
15/03/2008

Quando c’è di mezzo il denaro, la teoria dei vasi comunicanti funziona al contrario: si tende ad andare dove ce n’è di più. Così il concerto degli Autechre programmato alle Officine Marconi, viene trasferito nel più modesto (spazialmente parlando) sito del Brancaleone, per far posto al più remunerativo Timo Maas. Già era successo lo scorso dicembre, quando la serata con Aphex Twin che avrebbe dovuto aver luogo nei locali della ex Fiera di Roma fu annullata nientemeno che dall’ufficio del Comune di Roma, costretto a imbastire fragili scuse per mascherare un colpo di mano da parte di un famoso locale romano, blasonato e ammanicato, che la stessa sera aveva in programma l’esibizione di un famoso dj. Così va il mondo.

Tornando a noi, la serata prevede un primo di SND, un secondo di Autechre e un digestivo Marco Passarani. Saltando a pie’ pari gli SND (non ce ne vogliano), il duo inglese degli Autechre, già protagonista di prestazioni romane non sempre eccellenti, sembra decisamente giù di tono, debolmente motivato, privo di verve e inventiva. Eppure dovrebbe essere il momento della promozione, in occasione dell’uscita del disco nuovo, “Quaristice”, quando le lame da poco affilate vengono affondate nei cuori degli appassionati e dei neofiti, impazienti di essere trafitti da emozioni già note o solo narrate. Dovrebbe, ma non è. In un set completamente buio, come consuetudine degli Autechre, pigiati fino all’inverosimile a mo’ di melanzane sott’olio, come consuetudine del Brancaleone, ci si diverte poco e si è tentati di uscire a respirare un po’ d’aria. Al rientro la situazione non è cambiata: beat stanchi, a tratti danzerecci, troppo sostenuti, si intrecciano sporadicamente a melodie poco incisive e sicuramente non indimenticabili. C’è pure chi balla, ma son quelli che si agitano anche al ritmo ronzante di una stampante in azione.

Il dj set di Marco Passarani si intona alla dominante house che oramai caratterizza il Brancaleone, sfigurando probabilmente solo alle nostre orecchie assetate di altro e definitivamente dirette verso l’uscita, tra l’ondeggiare molleggiante da dopolavoro del sabato notte.

Gabriele De Maggi
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Back to the (dance)floor

Kindergarten, Bologna
16/03/2008

Che Autechre si sia fatta un’entità paradigmatica dell’approccio alla musica elettronica negli anni Novanta è un dato marchiato a fuoco tra le spoglie di quello che piaceva definire IDM e le rovine di un modernariato immaginativo oramai perduto nel flusso del caso. Autechre+Warp e soliti noti come il trait-d’union d’eccellenza verso chi di avanguardie, krautismi, musica contemporanea e co. non vuol sentir parlare; ponte eletto per le traversate di molti metalhead in direzione di universi altrimenti difficilmente concepibili e, soprattutto, comprensibili. Di questo, oggi, purtroppo o per fortuna, rimane l’impressione di un ennesimo sfruttamento secondo logiche superficialmente d’immagine/brand o commerciali; dove l’apatia del pubblico occasionale, ricordiamolo, ha contribuito a livellare le potenzialità e le differenze naturalmente insite nelle scene.

Da qui deriva tutta una serie di situazioni piuttosto imbarazzanti, come certe fascinazioni di maniera verso presunte musiche elettroniche vissute da gruppi rock/metal, piuttosto che la pretesa di un’intelligibilità che per il semplice fatto d’entrare nel mondo Autechre è in parte giustamente negata. Ché si tratta di entrare in un mondo altrui, che non ci appartiene, a meno di accettarne le fondamenta, e, piuttosto, contrariamente a quanto temuto, si richiama alla fruizione istintiva, libera e interiorizzata. “Quaristice” e il live in questione non fanno altro che confermarne, se non la grandezza – che rimane opinione soggettiva – piuttosto una complessità di fondo in cui perdersi risulta incredibilmente facile. Il live e il nono album marcano una differenza fondamentale e straordinaria rispetto al passato del gruppo, che, sì, anche al di là delle questioni strettamente qualitative, dimostra ancora una volta la necessità della loro presenza musicale.

Autechre mai come oggi è un duo diretto alla gola virtuale del fruitore di turno, un grado zero della (loro) musica raggiunto e superato in virtù quasi di un’innocenza nuova, mai così “semplice” (ma non semplicistica, ovviamente) e affilata. E non è casuale che “Quaristice” sia composto a partire proprio dai frammenti live, o meglio dall’idea del live stesso, né che lo show di questa sera si presenti incredibilmente compatto e dritto. Con la gentile collaborazione del duo SND – minimalismi techno come semplificazione del percorso Autechre – e di Rob Hall – consueto sodale dei due Autechre e fantastico selecta in fotta elettronica ricercata ma diretta al dancefloor (volendo dal sito ufficiale sono scaricabili alcuni set) – i Nostri sfilano dal cilindro un’esibizione che non esibisce alcunché, come al solito velata da una mancanza di luce prossima allo zero e da innumerevoli ostacoli tra pubblico e musicisti. Data l’invisibilità del duo, comprensibile e coerente, resta la musica: proprio come in “Quaristice” pare di trovarsi di fronte a bozzetti musicali nei quali compiere il maggior numero di cose, o il necessario per l’economia della traccia, nel minore tempo possibile: quadri relativamente brevi e autonomi che fluiscono senza soluzione di continuità l’uno nell’altro; seppur diversi e a volte in contrasto, l’impressione è quella di assistere a un unico, enorme, brano musicale

Ma a differenza del passato, appunto, non solo il tutto è più diretto, ma è la metodologia stessa a cambiare; il processo non ha più a vedere con le costruzioni sequenziali delle complesse stratificazioni ritmico-sonore, ma piuttosto con uno sfruttamento improvvisativo del materiale mentale del duo. Ovvero, non si tratta più di proporre alcuni brani, peraltro significativi dell’apparato linguistico/sintattico del duo e magari tratti e manipolati dalla discografia, bensì semplicemente di condividere con l’altro, con la pista, con lo show, l’input musicale stesso tratto e derivato dalla situazione in cui ci si ritrova a suonare. È in questo senso che forse può essere vista anche la sorprendente inclinazione verso ritmiche che a tratti sembrano l’aggiornamento dei ricordi breakbeat, se non addirittura drum’n’bass, del caso; è in questo senso che le schegge electro in “Quaristice” non sono mai suonate così acide, affini ai fantasmi hip hop e allo stesso tempo dirette. Può darsi che mai come oggi l’incredibile coerenza del duo sia disposta ad aprirsi al mondo, e farne ballare definitivamente la mente.

Se anche l’ultimo disco, e il live, non rappresentano gli episodi migliori di un percorso straordinario, rimane l’impressione di aver a che fare con una profondità musicale e di pensiero sognata da milioni di persone. Oggi, Autechre, è un meccanismo che suona poco meno di un’ora, rintrona cuore e mente a discapito della costruzione ambientale di un tempo, e, straordinariamente, riesce anche a far ballare gli astanti del Kindergarten, seppur in maniera discontinua e incerta. Oggi, Autechre, è un mondo idealmente più vicino ai sound system di marca tekno piuttosto che alle sperimentazioni sonore di tanta elettronica cosiddetta di ricerca.
Al di là di tutto i meriti raggiunti, ancora oggi, soprattutto oggi, spesso vengono affrontati con una superficialità davvero incredibile. E invece si tratta di musica elettronica che sa guardare avanti e a se stessa, in grado di regalare nuove impressioni, fisicità e un dito medio in faccia a chi non sa ancora ascoltare.

Daniele Ferriero

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