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Fiend Force: The home of horror-punk

La misconosciuta tedesca Fiend Force ha una mission ben chiara e definita: “To give horror a home in the old world”. Per realizzarla si affida a una manciata di band estremamente omogenee dal punto di vista estetico e sonoro, simbolicamente identificate dal logo stesso dell’etichetta, quel teschio col ciuffo che praticamente tutti i musicisti in esame adottano come modello.

Presi i Misfits come riferimento assoluto, le band della Fiend Force si esibiscono in un punk melodico definito da tinte dark e arricchito da ritmi psychobilly. Nonostante il bacino in cui l’etichetta pesca sia per dimensioni più simile a una pozzanghera, i quattro esempi proposti in questa sede riescono a differenziarsi abbastanza da permetterci di spendere qualche buona parola per ciascuno.

Anch’essi tedeschi, i The Other si impongono come punto di partenza in quanto definiti band horror-punk più famosa d’Europa. Alla curatissima grafica da carrozzone circense, che ricorda quella ancora più macabra degli ultimi Dimmu Borgir, si affianca un sound melodico e ammiccante, la cui vivacità fa presto dimenticare le facce da criminali ritratte sul booklet. La simpatia dei pezzi permette di ricordarne piacevolmente una manciata, nonostante la banalità delle ritmiche punk-rock e di certe sguaiate soluzioni melodiche. La produzione quasi amatoriale non rende giustizia a un’estetica decisamente più intrigante e relega “The Place To Bleed” al ruolo di prodotto accettabile, ma certamente non eccelso.

Sul piano della cura per i suoni non deludono invece i – ancora! – tedeschi The Spook. Il loro “Let There Be Dark” risale al 2007 ma si dimostra pienamente al passo con i tempi; anche dal punto di vista visivo i riferimenti sono più attuali: si perde l’accento circense e si punta a fare decisamente sul serio, con tinte scure e truci occhiate ammantate di sangue. L’orrore viene ora generato da un suono più crudo, un heavy rock auto-definitosi graverock deluxe, che a tratti sfocia nel metal e non abbandona mai i colori scuri, aiutato dalla produzione di Mille Petrozza e dal mixing&mastering di Andy Sneap: con delle credenziali del genere come si può non essere credibili col coltello insanguinato tra i denti?
Ancora una volta la voce, ora ruvida e profonda, si fa a tratti sguaiata, ma chitarre taglienti e un songwriting più personale, vario e compatto fanno di “Let There Be Dark” la proposta qualitativamente più raffinata e complessivamente più gradevole tra quelle esaminate, pur se spesso ai limiti dei ben definiti canoni tratteggiati dalla Fiend Force.

Con i Rezurex torniamo alle caratteristiche proverbialmente horror-punk definite già dai The Other, mentre geograficamente riusciamo a lasciare la Germania per approdare in California. Sia le tinte in cui si avvolge l’artwork che il makeup degli artisti si sposano con quanto definito dai propri label-mates, lo stesso si può dire per le tredici tracce di questo secondo album, che calzano ancora di più sul cliché accentuando il proprio carattere psychobilly.
Ballabili e godibili, i pezzi di “Psycho Radio” escono direttamente da una rivisitazione ottantiana degli anni ’50, con tutto il debito carico di polvere a corredo. Oltre a questo difetto di iniziativa, che si riflette anche sul lato visivo dell’opera, poco si può rimproverare ai quattro zombie resuscitati.

Per movimentare la carrellata abbiamo voluto alternare gli stili. Per ultimi tocca quindi ai The Crimson Ghosts, che con i The Spook condividono, oltre alla ormai ovvia nazionalità tedesca, anche un’iconografia decisamente più cruda e sanguinosa. Ovviamente i tratti in comune si traducono anche in partecipazioni incrociate che arricchiscono tutti i dischi di cui abbiamo parlato, non solo questo “Dead Eyes Can See”.
Lasciato in conclusione, il terzo album dei Crimson Ghost è anche l’ultimo pubblicato per Fiend Force, ulteriore dimostrazione che, in questo caso, si superano i limiti del genere a cavallo dei quali viaggiavano gli Spook. “Dead Eyes Can See” assomiglia per molti versi a un disco metal, in prima istanza per la sua pesantezza sonora. Del punk rimangono forti accenti nei singalong e molte ombre nello stile di riff e melodie, ma il tutto viene rivisto in chiave decisamente più aggressiva e metallizzata, tanto che in un caso si arriva addirittura ad un heavy metal molto epico.
L’impressione finale è che la bivalenza possa fungere più che altro come una benefica boccata d’aria fresca per uno dei due mondi che si affaccia sull’altro, dato che osservati singolarmente non possono offrire molto più che uno spasso volatile.

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