Home > Recensioni > Fightcast: Breeding A Divinity
  • Fightcast: Breeding A Divinity

    Fightcast

    Data di uscita: 07-04-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

Il nuovo manierismo

Permettete che si rubi il termine Manieristi dall’ambito pittorico per portarlo a definizione degli emiliani Fightcast.
Una semplice proporzione potrà spiegarne il senso: Manieristi: Raffaello e Michelangelo = Fightcast: Soilwork e Caliban.

Per quanto concerne l’attitudine e l’originalità del loro debut album, non servono altre parole: la band è giovane e probabilmente ha bisogno ancora di attingere la linfa artistica da altri gruppi, le idee sono ben chiare e ben concepite, ma si perdono in quella gamma di sfumature troppo opache per poter destare l’attenzione.
Aspetto dalla doppia dimensione: per i famelici, “Breeding A Divinity” sarà una piacevole scoperta; per i degustatori, avrà solo lo stesso sapore, scialbo e senza particolari aromi.
Senza dubbio tra le mani si ha un album su cui i cinque hanno lavorato in tutte le direzioni, dall’ottima registrazione made in Studio 73 alla tecnica, composta da suoni molto puliti e ordinati, a maniera di alti gruppi, voce urlata e voce melodica, riff veloci e soli più stemperati, batteria lieve e per nulla invadente per finire con la cornice di basso che sostiene la tela.
I musicisti sanno il fatto loro e la loro arte è ben tangibile, ma la loro anima è vuota, nulla e senza luce propria.
Trentacinque minuti senza cali di ritmo, ma senza reali picchi d’interesse a parte per qualche giro di batteria o qualche solo; l’unica traccia che lascia perplessi per la sua geniale inutilità è la title track interamente strumentale e interamente no sense.

Ancora una volta dipende da quello che si vuole: se questa band vorrà fare sempre da spalla a grandi nomi non deve lasciare la strada, altrimenti converrà abbandonare ogni mappa e iniziare a camminare d’istinto.

Scroll To Top