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Filippo Graziani: “Vi presento ‘Sala Giochi’, il mio disco fluo-componibile” [INTERVISTA]

E’ uscito venerdì 16 giugno per Universal il nuovo lavoro di Filippo GrazianiSala Giochi”. Sono undici brani che seguono fedelmente la tradizione di stampo cantautoriale e che trattano un unico tema: l’amore. Filippo, figlio di un artista che ha fatto la storia della musica italiana e che nessuno dimenticherà mai, si presenta a noi in tutta la sua spontaneità e semplicità. E’ un disco decisamente più maturo rispetto al precedente “Le Cose Belle”, sia dal punto di vista stilistico che compositivo. Assaporiamo, infatti, una bella miscela di acustica ed elettronica.

Ciao Filippo.. Raccontaci come mai la scelta di questo titolo e di cosa è metafora?
E’ esattamente quello che è. Volevo dare un contenitore al disco, volevo dare un luogo di appartenenza a tutte queste canzoni. Quindi ho scelto la sala giochi perché è un luogo ormai quasi dimenticato, c’è un qualcosa di romantico dentro. Mi piaceva dare proprio questa idea.

È il tuo secondo album. Cosa c’è di più e di meno rispetto al primo Filippo?
Sicuramente c’è meno istintività e più ragionamento. Quella voglia di dare qualcosa di più, rispetto a fare delle canzoni che magari mi piacciono di più che però non vanno né da una parte né dall’altra.

La traccia con cui hai anticipato l’uscita di “Sala Giochi” si intitola “Esplodere”. Cosa vuoi raccontare con questo brano? Come mai hai scelto proprio questa canzone per il lancio del nuovo disco?
In realtà il brano l’ho fatto scegliere, perché io sono il peggior critico su me stesso in assoluto. Se un brano piace a me, stai tranquilla che non piace a nessuno. Così ho detto “ragà, fate voi”. Anche perché i pezzi che solitamente mi piacciono dei singoli e non delle tracce che stanno in un disco.

Nel tuo disco si parla tanto di amore in tutte le sue sfaccettature: gioia, difficoltà, delusioni. Quanto tutto ciò è fonte di ispirazione per un cantante come te?
L’amore non è solo un sentimento che provi per la persona che ami, ma ha mille sfaccettature. Ha infinite declinazioni: può essere amore per la vita, per il tuo lavoro e per tante altre cose. Sono tante facce dell’amore che sono ugualmente belle.

19400830_10213487405480095_1992191969_oL’amore è il filo che unisce le tracce di questo album, ma c’è un brano intitolato “Tutto mi tocca” che è una sorta di auto-analisi del proprio essere. Questa sensibilità come accompagna la tua vita e il tuo lavoro?

È complicato. L’ipersensibilità, di questi tempi, è una problematica almeno per me. Io mi rendo conto a volte di essere ipersensibile su molte cose che mi disturbano, anche fisicamente molto spesso. “Tutto mi tocca” è una sorta di antidolorifico che non prendo.

Nel tuo album c’è un altro elemento che, oltre all’amore, unisce molti dei brani: l’uso del violino. Come mai questa scelta? Cosa aggiunge alla tua musica?
Il violino è stupendo, innanzitutto. È uno strumento che io adoro e trovo che rimandi a delle atmosfere incredibili, soprattutto con la viola di cui c’è un ampio uso nel disco. Mi piaceva l’idea di mettere violini e aggiungere l’elettronica, ovvero unire due cose che sembrano distanti, ma che in realtà non lo sono. Secondo me stanno insieme, come il pomodoro e la mozzarella nella caprese.

Quella che racconti è la generazione Arkanoid. Come definiresti la generazione che attualmente vede protagonisti gli adolescenti? Con che tipo di musica li descriveresti?
Non sono proprio in contatto con le nuove generazioni. Penso che adesso ascoltino molto il rap, la trap, l’elettronica. Tutte cose che mi piacciono, ma il rap che ricordo io è un’altra cosa, è l’hip hop degli anni ’90. Adesso è una sbiaditissima versione di quello che facevano nei primi anni Novanta. A parte qualche caso tipo Salmo e Ghali. Ghali mi piace un sacco perché ha un’idea figa. Il resto sono più o meno tutti uguali.

Quali sono i tuoi idoli nel mondo della musica?
Ci vorrebbero due giorni per dirteli tutti, ma direi i Talking Head, i Kraftwerk, Divo. E ancora grandi compositori di colonne sonore come Badalamenti, Moroder, Carpenter. Ascolto un sacco di roba strana. Negli ultimi tre mesi ho ascoltato solo un gruppo norvegese, i Wardruna che fanno musica vichinga. Sono abbastanza schizofrenico da questo punto di vista. Mi lascio toccare da tutto, ma certe cose risuonano e altre no.

Una domanda che sicuramente ti avranno fatto in tanti. C’è qualcosa di tuo padre nella tua musica?
Guarda a essere sincero, non me l’ha fatta mai nessuno! Un po’ ce n’è sicuramente, anche forse indirettamente. C’è un certo piacere per le chitarre acustiche, una certa attenzione al non parlare in generale: non parlare di massimi sistemi, ma parlare di storie e di meccaniche tra le persone che poi, secondo me, sono quelle che rimangono di più. Pensa a Romeo e Giulietta: nella vita, nel mondo, nella storia prima o poi capiterà una storia d’amore tra due ragazzi, ma i genitori non vogliono. Sono queste piccole meccaniche che, secondo me, rimangono a lungo dentro le persone.

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Quanto è difficile essere figlio d’arte? Quanto ti pesa questa etichetta?
Non mi pesa assolutamente, pesa più a chi mi sta davanti. In realtà, se non mi pesasse non me ne accorgerei neanche ,perché per me è una cosa naturale, mio padre è mio padre. Per voi è Ivan Graziani. Mi rendo conto che per chi mi parla è diverso.. ma io sono un’altra persona a prescindere da mio padre, perché è così che funziona la vita: i genitori ti mettono al mondo, poi sei tu che ti fai persona e ti muovi nel mondo.

Farai dei live prossimamente? Quando sarà il prossimo?
Sarò al “Premio Bindi” a luglio e poi comunicheremo di volta in volta tutte le tappe. Il disco è uscito un po’ tardi e non abbiamo avuto modo di mettere insieme una tournée vera e propria. E’ tutto in divenire, pezzo per pezzo.

Un aggettivo per descrivere il tuo disco?
È un disco fluo-componibile. Mi vengono in mente queste due cose, con i pezzi che vanno uno sopra l’altro.

 

 

Il disegno è stato realizzato dal live painter Andrea Spinelli.

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