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Filmare l’inconscio

Alla sua seconda prova nel lungometraggio, il regista Paolo Franchi ha dimostrato un talento inedito. Mercoledì scorso alla Casa del Cinema di Roma si è svolta l’anteprima del suo “Nessuna Qualità Agli Eroi”. Con lui c’erano anche gli attori Bruno Todeschini, Elio Germano e Mimosa Campironi. Diverse le reazioni della critica: ‘film visivamente poco italiano’, ‘un film anomalo’, ma sicuramente la pellicola costituisce una novità nel panorama del nostro cinema dal punto di vista della ricerca stilistica. La presentazione romana è stata immersa in un clima di frizzante partecipazione, dove non sono mancati cenni polemici, sulla scia dei controversi commenti registrati a Venezia, dove il film era in Concorso.

La prima domanda è per Elio Germano: che fascino ha subito da un personaggio psicologicamente complesso come quello da lei impersonato?
Un ruolo così è sicuramente più stimolante per l’attore che lo recita che per il pubblico in sala. Si tratta di un personaggio archetipico, penso a modelli come Shakespeare, Dostoevskij, l’Edipo Re, un personaggio più da teatro che da cinema. Per me è stato come tornare alle origini, mi sono sentito nel mio.

Paolo Franchi, il suo è un film visivamente poco italiano. Ci spiega le ragioni delle sue scelte stilistiche e che importanza ha l’arte pittorica per lei e per i personaggi del film?
Certo, i riferimenti alla pittura e alle arti visive sono presenti, in particolare mi sono ispirato a Burri e Vedova e al concetto di disgregazione della materia che essi esprimono e che si sposa con la lacerazione interiore dei miei personaggi. Ma quello che conta per me è creare un’atmosfera, evocare il potere simbolico dei quadri più che mostrare i quadri stessi. Nel film non si vedono i dipinti, ma si percepisce una certa atmosfera. Il cinema deve ricreare la realtà, non fotografarla. Il rapporto con la pittura è fondamentale per la regia e la messa in scena, più che per il personaggio.

Irène Jacob, il suo ruolo in sceneggiatura sembra solo di raccordo, ma nel film diventa essenziale. Come è cambiato il suo approccio al personaggio in fase di lavorazione?
All’inizio temevo che il mio personaggio fosse passivo, ma poi ho scoperto tutta la sua profondità. Grazie al lavoro del regista su di me sono riuscita ad esplorare un paesaggio interiore che inizialmente mi intimoriva. Del resto il terrore della scoperta dell’inconscio, della parte nascosta del nostro animo, è un sentimento comune a tutti noi.

Franchi, cosa ne pensa dello strapotere di certa critica cinematografica?
Penso che la critica non esista più. Ai festival si legge molto giornalismo di colore, ma sui quotidiani manca la critica vera; certo, sarà per ragioni editoriali. Alla critica autentica e coraggiosa non viene più dato spazio. Ma non voglio adesso riavviare le polemiche innescate a Venezia.

Che affinità sente con un regista come Bellocchio?
Nessuna. Il mio unico modello è lo psicanalista Massimo Fagioli. Al cinema prediligo e mi sento più in sintonia con Michael Haneke.

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