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Final Portrait | Incontro con Stanley Tucci

Per il suo nuovo film da regista, “Final Portrai” (qui la recensione), Stanley Tucci incontra la stampa a Roma e racconta la genesi di una biografia non convenzionale: la storia della vita dell’artista Alberto Giacometti (Geoffrey Rush) incentrata, però, solo sui diciotto giorni dedicati alla pittura di un ultimo ritratto – come da titolo – all’amico e scrittore flâneur James Lord (Armie Hammer), che al termine dell’esperienza scrisse un libro, a cui il regista si è ispirato.

L’ambientazione storica è dei primi anni 60 e il genere a cui è stato associato Giacometti è l’Esistenzialismo, ma gli storiografi stanno ancora interrogandosi su quale davvero sia lo stile entro il quale definirlo.

Come si è trattenuto dal fare una vera e propria biografia, dato la vastità di materiale su Giacometti?

Effettivamente io non credo nei biopic intesi come tali. Molto spesso risultano essere una serie infinita di fatti, un’esposizione lineare e cronologica di eventi intorno alla vita di una persona condensati in due ore. Trovo invece molto più interessante focalizzarsi su un episodio emblematico che riguarda l’artista e, immergendosi fino in fondo, scoprirne l’essenza. Spesso è proprio un dettaglio a poterla far cogliere.

Lei Stanley hai spesso diretto te stesso, recitando nei tuoi stessi film. Non hai avuto la tentazione di interpretare Giacometti?

Sì ci avevo pensato, ma l’ho escluso da subito perché penso che il film, nella sua complessità, ne avrebbe sofferto. Implica un enorme sforzo dirigere se stessi e l’attenzione è inevitabilmente divisa, perdendo di concentrazione. Ciò che mi spinge a fare film stando unicamente alla regia è raccontare una storia esattamente come sento io di doverlo fare, e voglio esserci appieno.

Com’è cambiato il suo rapporto con l’arte dopo questa esperienza?

Vengo da una famiglia di artisti, mio padre lo era ed insegnava arte in una scuola. Sono cresciuto osservandolo e con la mia famiglia ho viaggiato tanto, siamo rimasti addirittura un anno a Firenze. Perciò, quando l’arte la respiri sin da piccolo, è inevitabile che certe ispirazioni restino dentro di te e che sviluppi un gusto estetico che ti accompagna nelle scelte professionali. Quindi il mio amore per la pittura c’è sempre stato. Il libro che James Lord ha scritto su Giacometti credo che tracci nella maniera più fedele il processo creativo di un artista.

Come ha gestito con Geoffrey Rush i momenti creativi e le tensioni?

Geoffrey ha avuto due anni per documentarsi e far ricerche su Alberto Giacometti. E prima di iniziare con le riprese abbiamo provato per una settimana come se fosse una pièce teatrale. Per me era fondamentale che ci fosse una corrispondenza fisica con lo stato d’animo di Giacometti, che, cioè, si vedesse dal suo corpo quello che stava vivendo. Per Geoffrey la parte più impegnativa è stata inserire i moti di rabbia nel padroneggiare gli strumenti da lavoro del pittore.

Rispetto al rapporto che si crea tra Giacometti e Lord, tra artista e modello, che a tratti sembra essere un po’ sadico, è davvero stato così o è stato esasperato ai fini della messinscena?

Credo che accenni di sado-masochismo siano connaturati nei rapporti tra artisti. Ho avuto l’occasione di parlare con tre persone che hanno posato per lui in gioventù, e ognuna di loro ha detto la stessa cosa: di primo acchito Giacometti risultava cordiale e affascinante, poi nella fase creativa taceva e a momenti chinava la testa, che significava l’inizio della depressione, a cui seguivano gli scatti d’ira che si intensificavano se il modello era adulto, quando si trattava di ragazzi, invece, tendeva a contenersi. Le nevrosi e le ansie, dopotutto, da sempre appartengono ad ogni vero artista che si rispetti.

Foto: Giovanni Marotta

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