Home > Recensioni > Final Portrait

A distanza di ben dieci anni dalla sua ultima pellicola, “Blind Date”, Stanley Tucci torna a dirigere un cast di tutto rispetto, seppur esiguo, mettendo in scena diciotto particolari giorni della vita del pittore e scultore post-impressionista Alberto Giacometti (Geoffrey Rush). “Final Portrait” parla infatti del periodo che l’artista trascorse a dipingere il ritratto dell’amico e scrittore americano James Lord (Armie Hammer), traendo spunto proprio dal libro che quest’ultimo scrisse in proposito.

I due si conoscevano già da qualche anno, quando, nel settembre del 1964, Giacometti chiese a Lord di posare qualche ora per lui. Ma l’accordo venne presto rotto, trasformandosi in un’avventura di più di due settimane, durante le quali lo scrittore entrò in contatto con la follia creativa dell’amico, tra scatti d’ira, ossessioni e sbalzi d’umore.

Final Portrait” ci immerge così nel loculo artistico di Alberto Giacometti, in un’atmosfera livida e mortifera, ma anche vivace e ironica, tra la piacevole amicizia tra i due, e l’altalenanza tra il buio che Giacometti portava dentro di sé e i guizzi di vita che cercava di afferrare dall’attaccamento affettivo ad una giovane prostituta.

James Lord ai tempi era un grande amante dell’arte e frequentatore di artisti. Il contatto prolungato causato dal dover ultimare il dipinto, lo portò a dover restare ad osservare ‒ obbligato dall’immobilità a cui lo costringeva la posa ‒ la gestazione dell’opera che l’avrebbe raffigurato, insieme ad ogni stato che attraversava Giacometti pennellata dopo pennellata: la sua perenne insicurezza ‒ nonostante l’evidente riscontro positivo dei suoi contemporanei ‒ le continue invettive contro la tela alla minima sbavatura, la noncuranza per il guadagno, il cancellare e ricominciare tutto daccapo decine di volte.

Al punto che Lord, annotando le conversazioni con l’amico, decise di pubblicare tutto in un libro, che Stanley Tucci (non nuovo sull’argomento: il padre dipingeva ed insegnava storia dell’arte) oggi trasporta su pellicola. Con un ritmo a tratti lento ed estenuante, proprio come se ci si trovasse accanto ad Armie Hammer costretti sulla sedia, il regista traccia il profilo molto efficace di un genio e della sua sregolatezza. Chiaramente agevolato da quel genio (invece) rigoroso che è Geoffrey Rush.

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