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  • Finché morte non ci separi

    Diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett

    Data di uscita: 24-10-2019

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Tick tick tock. Are you ready or not? In effetti no, non ero pronta. O per lo meno non mi aspettavo che “Ready or Not”, titolo originale di “Finché morte non ci separi”, commedia horror realizzata Radio Silence (collettivo composto dai due registi Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin e dal produttore Chad Villella), mi sarebbe piaciuto COSÌ tanto. 

Un po’ perché, dal trailer, sembrava un filmetto divertente come ce ne sono tanti, dalla premessa vagamente pretestuosa, un po’ perché non ero stata particolarmente impressionata dal precedente “Southbound” (2015), horror antologico i cui episodi di cornice (“The way Out” e “The Way In”) erano stati realizzati proprio da Radio Silence. 

E invece, a sorpresa, è proprio “Finché morte non ci separi” è il film che vi consiglio di andare a vedere a Halloween

Innanzitutto, perché follemente divertente. E parlo di quel tipo di divertimento che ti fa stare seduto sul bordo della poltrona, battere le mani, ridere di gusto e partecipare emotivamente al destino della nostra tostissima Grace (una strepitosa Samara Weaving, già apprezzata del divertente “La babysitter”). Divertente alla “Mamma ho perso l’aereo”, per intenderci, ma con un tot di morti ammazzati, teste che esplodono, secchiate di sangue e patti demoniaci in più. 

Inoltre, perché si tratta di un horror tanto leggero nella narrazione, quanto brillante per contenuto. Un film di puro intrattenimento che non ha velleità di essere altro, ma che ci dimostra come lo svago “di genere” possa essere portato sullo schermo con intelligenza e umorismo. Questo grazie anche alla sceneggiatura di Guy Busick e Ryan Murphy (no, non QUEL Ryan Murphy), forse troppo semplice e prevedibile, ma estremamente efficace. 

Svago è un po’ la parola d’ordine di “Finché morte non ci separi”, perché tutta la storia ruota attorno al mondo del gioco.

Grace, orfana cresciuta da diversi genitori affidatari e per tutta la vita sballottata qua e là, sta per diventare la moglie di Alex Le Domas (Mark O’Brien), rampollo di una dinastia di imprenditori che ha costruito l’immensa fortuna con i giochi da tavolo. Ma i ricchi, si sa, sono strani. Vivono fuori dal mondo e hanno le loro eccentriche tradizioni e i loro riti di iniziazione. 

Una delle definizioni di “badass”.

I Le Domas, per esempio, da generazioni possiedono una vecchia scatola di legno regalata al loro squattrinato trisavolo Victor da un misterioso benefattore chiamato Le Bail, a cui devono il loro successo. Da questa scatola, ogni nuovo membro acquisito della famiglia è tenuto a pescare una carta durante la prima notte di nozze e a partecipare al gioco indicato sulla carta. A Grace toccherà giocare con i nuovi parenti, tra cui i suoceri Tony (Henry Czerny) e Becky (Andie MacDowell) e il cognato alcolizzato Daniel (Adam Brody), a nascondino, realizzando fin da subito che la diabolica versione dei Le Domas assomiglia più a una battuta di caccia. E naturalmente, Grace non sarà disposta a interpretare il ruolo della povera preda – o meglio, della vittima sacrificale per assicurare il futuro della famiglia – indifesa.

Samara Weaving, nel suo principesco abito da sposa bianco che si tinge di sangue coagulato via via, è sicuramente il valore aggiunto del film. Ci mette impegno e dedizione nel dare spessore a questo personaggio di cui sappiamo poco, anche se quello vediamo ci basta per tifare fortissimo per lei. Non un’ingenua e virginale final girl, ma una vera e propria eroina badass, che non assume mai i connotati di un certo eroismo testosteronico e machista. Anzi, rappresenta l’esatto opposto. È una donna determinata e combattiva, resa tale da una vita tutt’altro che privilegiata.

Ed è di questo che alla fine parla “Finché morte non ci separi”. Della conflittualità tra classi, del prezzo del privilegio, dei pochi che per mantenere il proprio status, non esitano a calpestare quelli che stanno sotto di loro, in questa sorta di piramide sociale fuori dal tempo. Lo fa, naturalmente, senza la consapevolezza e complessità di film come “Get Out” o “Us” di Jordan Peele, e senza le velleità di denuncia di un “Joker”,  ma con una buona dose di ironia, un gran senso del grottesco e senza mai prendersi davvero sul serio.

Devo ammettere che sulla carta “Finché morte non ci separi” poteva rivelarsi un pastrocchio, con il suo miscuglio di suggestioni e riferimenti raccolti qua e là. Infatti, prende in prestito l’ambientazione da film-gioco come “Signori il delitto è servito” e la struttura dai survival game, strizzando l’occhio al cinema demonico degli anni ‘60 e ‘70 e allo slasher del decennio successivo. E in tutto questo, riesce a risultare sorprendentemente compatto e contemporaneo. Soprattutto, un horror onesto, ben realizzato e coinvolgente. A volte questo può bastare.

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Contro

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