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Fino a qui tutto bene, intervista a Roan Johnson

Giovedì 19 marzo è arrivato nelle sale italiane “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson, Premio del Pubblico BNL | Cinema Italia all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma.

Roan Johnson, nato a Londra da madre italiana e padre inglese, è cresciuto a Pisa e proprio da una proposta dell’Ateneo pisano è nato il progetto “Fino a qui tutto bene”: il regista ci racconta la genesi produttiva e l’approccio ai temi affrontati nel film: «per cinque ragazzi sono gli ultimi giorni nell’appartamento in cui hanno studiato e vissuto per anni. C’è chi tornerà dai genitori, chi deciderà di cercare fortuna all’estero. L’unica certezza è che niente sarà come prima» (qui la nostra recensione completa).

Ho letto che per realizzare “Fino a qui tutto bene” sei stato ispirato da un documentario che l’Università di Pisa ti ha commissionato. Qual è il rapporto del film con l’Ateneo? Ci spieghi meglio come sono andate le cose?

In realtà non ho mai realizzato il documentario per l’università di Pisa. Loro mi avevano chiamato ed io gli avevo detto di non essere un documentarista. In più, girare un documentario sull’Università avrebbe significato farlo su un mondo molto grande. Quindi avevo proposto un primo step di ricerca: fare delle interviste e poi vedere cosa sarebbe uscito fuori. E da queste iniziali interviste sono usciti tanti aneddoti, storie buffe e divertenti dei ragazzi e la percezione — che è la cosa che mi aveva sorpreso di più — che fossero molto consapevoli della crisi e del futuro difficile che li aspettava, ma nello stesso tempo avevano una determinazione a non arrendersi e la volontà di seguire i propri sogni e quello che amavano.

Quando abbiamo presentato questo montaggio di interviste — che non si può chiamare documentario, era un video dove i ragazzi parlavano e il tema era appunto questo superamento della difficoltà — Beppe Severgnini è rimasto impressionato da quello che dicevano gli studenti e ha scritto un articolo in prima pagina sul Corriere della Sera. Così l’Università mi ha chiesto di andare avanti. Solo che non avevo trovato il tema o un personaggio vero da seguire per costruire un documentario. Ma tutti quei racconti, in cui mi sono molto immedesimato, che mi hanno fatto divertire ed emozionare, erano rimasti lì. Continuavo a pensarci.

A questo punto, Ottavia Madeddu, la sceneggiatrice con cui ho scritto il film e che aveva seguito tutto il discorso delle interviste per l’Università di Pisa, ha avuto questa idea per un film vero e proprio: la storia degli ultimi tre giorni di cinque amici che hanno condiviso una casa da studenti e che adesso, fondamentalmente, devono andare ognuno per la propria strada e si devono salutare.

Una delle cose che mi ha colpito di più del progetto è stata la modalità di produzione scelta per la realizzazione, soprattutto in un periodo in cui si parla spesso di crowdfunding. Volevo sapere come sia nata l’idea dell’autoproduzione “a partecipazione”. Come mai non avete pensato di prendere proprio la strada del crowdfunding?

Non ho mai portato la sceneggiatura ad un produttore a Roma. Probabilmente avrebbe suscitato interesse e anche molto. Ma sapevo che i tempi sarebbero stati lunghi e io avevo bisogno di fare il film quell’estate, ad agosto, perché poi non l’avrei più potuto fare. Infatti è stato così. L’anno dopo ho dovuto girare “I delitti del BarLume”, quest’anno dovrò girarne altre due puntate. E questa era un’idea giusta per poter realizzare, con una troupe leggera, un film con delle modalità produttive più indipendenti e libere.

Non so perché non abbiamo scelto il crowdfunding. Probabilmente mi sbaglio io e ci sono progetti dove il crowdfunding può essere un bello strumento. Io lo sentivo un po’ come una forma di elemosina. Cioè, “non ho le forze di fare un film, quindi aiutatemi, ché non ce la faccio”. Io lavoro nel cinema da 15 anni, avevo già fatto film da regista, ne avevo scritti altri per il cinema e la tv. Insomma, sono un professionista. Mi sembrava di andare a chiedere agli amici, alla gente che mi conosceva di “frugarsi nelle tasche”. Non lo so, c’era qualcosa a pelle — non riesco a spiegarmelo adesso, a razionalizzare — che me lo faceva sminuire. Invece io ero convinto, come poi è successo, anche prendendoci un bel rischio, che saremmo riusciti a realizzarlo attraverso l’Incoming Toscana Film Commission, il tax credit esterno, il piccolo aiuto dal Comune e da amici, però mirati. Amici a cui potevo dire “facciamo questo progetto insieme, perché tu sei un direttore della fotografia, o tu noleggi videocamere”, non in generale “ragazzi, datemi ognuno 5 euro perché io voglio fare i film”. Qualcuno potrebbe dire: “ma scusa, se vuole fare il film e non ci credono i produttori, la Toscana Film Commission, perché ci devo credere io? Qual è il mio ritorno? Per avere, se esce in sala, un biglietto gratis?” Non lo so, c’era qualcosa del crowdfunding, in quella situazione, che a me non tornava. Quindi ho preferito non farlo.

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Leggo dalla tua biografia che sei cresciuto a Pisa, la stessa città in cui è ambientato “Fino a qui tutto bene”, e hai avuto anche tu esperienze da fuori sede a Roma e Padova: quanto c’è di autobiografico nelle esperienze raccontate del film, soprattutto nei piccoli particolari della convivenza, che secondo me sono resi molto bene.

C’è molto di autobiografico, perché sia io che Ottavia (Madeddu, ndr) abbiamo fatto l’Università. Io, oltre a Padova e 4 anni a Roma da fuori sede, ho fatto anche un Erasmus in Inghilterra, che è forse il “culmine del fuori sede”, perché sei fuori dalla tua nazione. Come in questo film, ognuno viene da una regione diversa, con il proprio particolare umorismo, un modo diverso di vivere la socialità. Poi c’è un’altra cosa importante: quando io sono tornato dall’Erasmus, ho resistito ad abitare con i miei genitori per 6 mesi, poi non ce la facevo più. Ho fatto un po’ come fa Andrea (Cioni, ndr) nel film: ho preso una casa in affitto con altri ragazzi fuori sede. Ho, quindi, vissuto da pisano fuori sede nella mia città. Sì, ecco, gli spunti autobiografici sono molti. E quando poi gli studenti ci raccontavano le loro esperienze, naturalmente ci rivedevamo in loro. Ci siamo immedesimati, ci è venuta nostalgia, abbiamo ripensato a quel periodo. Un periodo che, forse, mentre lo vivi, non godi appieno. Non capisci quanto ti stia divertendo come un matto e che sono anni speciali. Pensi: “oddio, ci sono tanti problemi”. È quanto prendi distanza che ti rendi conto veramente quanto speciale sia quel periodo.

Vedendo il film mi sono subito venute in mente due pellicole secondo me affini per argomento e approccio: “L’appartamento spagnolo” di Cédric Klapisch e “Giovani carini e disoccupati” di Ben Stiller. Pensi che abbiano qualcosa in comune con il tuo film? Soprattutto, ci sono dei modelli a cui ti sei ispirato?

Sicuramente credo che tutti e due i film abbiano delle cose in comune. Noi, però, non ci siamo ispirati ad un modello. Mentre scrivevamo, proprio perché avevamo conosciuto quei ragazzi, abbiamo seguito le loro storie. Ci siamo divertiti ed emozionati a scrivere e a mettere in scena quelle storie. Poi c’era anche gran parte del nostro vissuto. Quindi, diciamo che non abbiamo pensato ad un modello, anche se poi sicuramente tutti e due (Johnson e Madeddu, ndr), avendo studiato sceneggiatura, abbiamo la forte eredità della commedia italiana, quella più nobile, di Scarpelli, di Monicelli, di Scola. Allo stesso tempo, però, l’abbiamo un po’ distanziata. 

Forse non è un caso che tu mi abbia fatto due esempi di film non italiani, perché, come scritto in altre recensioni, il film si discosta anche da quell’eredità. Intanto non c’è cinismo, che è una delle componenti fondamentali della commedia all’italiana. Fondamentalmente, si vuole troppo bene ai personaggi. I personaggi si amano e quindi si sta con loro in tutto e per tutto. Forse ha un approccio più europeo. Sicuramente ha delle influenze che non sono soltanto italiane. Non ti saprei dire il motivo, perché non ci siamo detti: “mescoliamo”. Noi abbiamo seguito i personaggi: avevamo delle storie chiare, volevamo fare una storia corale, in questo momento culmine dell’amicizia di cinque ragazzi, che è appunto un addio, dove ognuno poi prende la propria strada, un fondamento drammaturgico e strutturale che desse forza a tutta la storia.

Ho notato un approccio ottimista e positivo verso le problematiche giovanili, la crisi, la paura per il futuro. Mi rendo conto che la generazione che hai raccontato non sia la tua, ma quella successiva, ma condividi totalmente il punto di vista mostrato dai tuoi personaggi nel film o invece tu hai un’idea più pessimista sulla questione?

Non mi è capitato mai di fare film di cui non condividessi l’umore o l’approccio. Devo dire che nel film c’è molta di questa vitalità nell’affrontare le cose. Allo stesso tempo, però, non è tutto “rose e fiori”. Ci sono personaggi che si dividono, che cambiano rispetto a certe prospettive e idee del futuro. C’è Cioni, che è molto disfattista per quanto riguarda il loro gruppo di teatro, ma poi è il primo a dire ad Ilaria “Ma che facciamo, ci arrendiamo?”. Quindi non c’è una visione soltanto ottimista. I personaggi, come penso tutti nella vita, hanno momenti in cui vedono le cose più nere e altri in cui vedono le cose più rosee, per quanto riguarda sia se stessi che gli altri. Però quello che credo passi di più dal film, è che ci sia costantemente questa gioia di vivere, questa forza vitale che spinge comunque, anche in mezzo a casini, problemi amorosi e di lavoro, a continuare a godersela, ad avere un’approccio umano e passione per la vita. Credo che questo approccio sia abbastanza mio. È stato così anche per come è stato girato il film. Per noi girare questo film è stata una vera e propria gioia e siamo molto contenti di essere arrivati fino a qui.

A tale proposito, parlando del futuro, quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Quest’estate dovrei girare due puntate de “I Delitti del BarLume” con Sky e poi un film in autunno. È un film che dovevo fare prima di “Fino a qui tutto bene”, ambientato a Roma. Il problema, in questo momento, è che sono diventato anche babbo e ho questa percezione, che so essere sbagliata, ma in questo momento è così: come con mio figlio, mi chiedo “Come farò a voler bene ad un altro film come a Fino a qui tutto bene?”. Però piano piano, lavorandoci, spero che mi passi.

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