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  • Fiorella Mannoia: Personale

    Sony Music / Sony Music

    Data di uscita: 29-03-2019

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Le svolte artistiche per un cantante sono importanti. In certi percorsi artistici a volte necessarie. Nulla da dire dunque sotto questo aspetto a Fiorella Mannoia, rientrata sulle scene lo scorso 29 marzo con “Personale”, diciottesimo album in studio pubblicato da Oyà e distribuito da Sony Music Italia.

Tuttavia la voce femminile che nel corso degli anni ha saputo interpretare al meglio le parole più autorevoli dei massimi esponenti della canzone italiana, da qualche tempo sta subendo più di una battuta d’arresto. E anche “Personale”, purtroppo, conferma la flessione già iniziata tre anni fa con “Combattente”.

Facciamo un passo indietro, agli inizi degli anni duemila. Esiste un meraviglioso album dal vivo del 2004, denominato semplicemente “Concerti”, che testimonia una Fiorella Mannoia in grandissimo spolvero, accompagnata da una band di musicisti eccezionali capitanati dal direttore musicale Piero Fabrizi alla chitarra con una formazione che, oltre agli indispensabili basso, batteria, pianoforte e tastiere, presentava anche tromba, percussioni, fisarmonica, sassofono e flicorno. Un live di una raffinatezza assoluta costituito da una scaletta di brani non solo italiani ma anche stranieri (“Moi, mon âme et ma conscience” “Quizas”, “Is this love” e “Señor”), arrangiati con classe e gusto per la ricerca e per il dettaglio. Di particolare caratura sono stati anche i successivi progetti come “Onda Tropicale” (2006), interessante tributo alla musica brasiliana, e “Ho imparato a sognare” (2009) da cui è stato tratto un nuovo buon live album, “Il tempo e l’armonia” (2010).

Nonostante ciò che si dica in giro, la perdita di efficacia dei lavori di Fiorella non è iniziata con “Sud” (2012), il primo long playing che ha visto anche il suo contributo come autrice. Quel disco, seppur ovviamente con una qualità dei testi inferiore rispetto ai mostri sacri che hanno contrassegnato la carriera dell’artista, conteneva infatti alcune belle parentesi come “Io non ho paura”, “In viaggio” e “Dal mio sentire al tuo pensare”, canzoni intense, del tutto in linea con quanto prodotto fino a quel momento. I guai, se così si possono definire, sono cominciati con la penultima fatica discografica datata 2016, “Combattente”, ripubblicata agli inizi dell’anno successivo nella versione sanremese dopo l’inspiegabile partecipazione al Festival della canzone italiana con “Che sia benedetta”. Da quel momento il percorso artistico della cantante è certamente mutuato in qualcosa di diverso, che si stacca definitivamente dalle atmosfere della musica d’autore e abbraccia il pubblico mainstream (quello, per intenderci, cresciuto a pane e Amici): canzoni più o meno orecchiabili, con testi decisamente più accessibili, meno aulici, senza particolare estro musicale.

“Personale”, non è dunque altro che la prosecuzione del disco precedente. Nonostante alcuni episodi siano di contenuto interessante – una su tutte “Anna siamo tutti quanti” (tra cui figura Bungaro tra gli autori) – nella maggior parte dei casi i concetti sono espressi utilizzando un linguaggio un po’ troppo scontato, lontanissimo dai meravigliosi versi che prima arricchivano il suo repertorio. La sensazione è che la regina rossa si sia in qualche modo seduta nel comodissimo trono del pop italico, quello incolore, rassicurante, o semplicemente, banale. “Personale” è appunto questo, un disco scialbo che sarebbe stato un buon progetto sulle spalle di Alessandra Amoroso, complice anche l’apporto dei cosiddetti “giovani autori” (Daniele Magro, Amara, Giulia Anania, Rakele) che rendono il disco prepotentemente simile a ciò che abbiamo già ascoltato dalla vincitrice di amici e da altre artiste in questi ultimi tempi. Qualitativamente di livello superiore, ma non c’è da stupirsi, sono invece i brani firmati dai parolieri storici della cantante come Ivano Fossati, Bungaro e Luca Barbarossa.

Anche da un punto di vista squisitamente musicale “Personale” riserva qualche perplessità; le linee melodiche risultano simili e ripetitive, così come le produzione confusa, a volte di stampo classico altre volte elettronica (“Il senso”), paradossalmente oscura l’ottima “Penelope” di Fossati, arrangiata in un modo così diverso rispetto agli altri pezzi tanto da risultare totalmente scollata ed estranea dal resto, esattamente come succede con “L’amore sospeso” di Bararossa.

Da un’artista così maestosa come Fiorella Mannoia è necessario chiedere di più. In un periodo storico in cui proliferano nuovi autori di successo che riescono a catalizzare l’attenzione di un pubblico vario, sia alternativo che non, sarebbe interessante scoprire, ad esempio, l’approccio dell’artista verso le pagine dei talentuosi cantautori della scena indipendente italiana (Calcutta, Colapesce, Carlucci solo per fare qualche nome). Dopotutto, personalità importanti, impegnate, determinanti, come quella della rossa romana hanno il compito di mantenere il livello alto, dimostrando ai giovani quanto sia necessario sperimentare, osare e chiedere sempre di più, allontanandosi più possibile dalla prevedibilità. Ad maiora.

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