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Fiori a Leinì

Trascorso poco meno di un anno dalla loro precedente calata in Italia, Roine Stolt e compagni tornano nella nostra terra con un nuovo album da promuovere, “Adam & Eve”, e la solita voglia di suonare su un palco davanti al proprio pubblico.
A dare manforte alla formazione svedese, Daniel Gildenlow (Pain Of Salvation) in qualità di terza chitarra, percussionista e, ovviamente, terza voce (accanto all”ottimo Hasse Froberg e al mastermind Roine Stolt). Tre voci a creare un concept sonoro sperimentato nel penultimo album della band “Unfold the Future” e riproposto anche nel recente “Adam&Eve”, album la cui tracklist dominerà il set proposto questa sera. Una soluzione che pare proprio funzionare, su disco come sul palco. Anzi, forse sul palco è ancora meglio.
Scivolano così via, dopo l”apertura affidata a “Driver”s seat”, “Cosmic Cyrcus” e “Babylon”, “A Vampire”s View” e “Day”s Gone By”.
Roine Stolt domina la scena con un carisma proprio di chi sa di non dover dimostrare più niente a nessuno, una determinazione che gliela leggi negli occhi e una stravaganza da dandy inglese testimoniata dal vestito scelto per questo concerto: abito bianco con fantasia floreali lilla e verdi, simili a grappoli d’uva, raccolte in zone precise della giacca e del pantalone…
Particolari da cronaca mondana a parte, quello che però conta davvero è il feeling che trasudano i suoi assolo, le sue linee vocali, condotte e dominate con la solita eleganza e pacatezza che contraddistingue l’artista svedese. È un piacere sentire Roine giocare con la sua Parker e il wah-wah, intrecciare melodie con Tomas Bodin alla tastiera (un grande, ve l’hanno mai detto?), e lanciarsi in improvvisazioni col resto del gruppo nelle quali spicca, a ben sentire, soprattutto l’ottima sezione ritmica composta da Jonas Reingold e Zoltan Csorsz – davvero una delle migliori coppie bassista-batterista che il prog rock odierno possa vantare: piena di groove, fantasiosa ed evidentemente dotata sotto l”aspetto tecnico.
Il concerto vola, arrivano “Adam&Eve” e la lunga “Love Supreme”, e il pubblico intervenuto (questa sera purtroppo non così numeroso, a dire il vero) si lascia andare sul tessuto sonoro creato da questi musicisti.
Dopo due ore e più di concerto, tra suggestioni pinkfloydiane, melodie beatlesiane (dai Fab Four di Liverpool, arriva anche una cover: “I Am The Walrus”), influenze varie da Yes e Genesis, arriva l’usuale pantomima comune a tutte le band: i nostri salutano ed escono; il pubblico “rumoreggia” (sì, insomma, fa quel che può); i Flower Kings tornano sul palco e attaccano “The Truth Will Set you Free”.
Proprio l’ottima suite che apriva le danze su “Unfold The Future” chiude questa serata in compagnia dei prog rocker svedesi. Un concerto che ha fatto vedere un”ottima band, ottimi solisti che regalano anche un’ottima prova corale, capace e preparata ma mai seriosa. Questo sono i The Flower Kings di oggi: ottimi musicisti e ottima musica, con il pensiero sicuramente rivolto agli anni ’70, ma che risulta comunque piacevole, soprattutto dal vivo, dove si riescono forse ad apprezzare meglio (che su CD in studio) le strutture, a volte chilometriche, di cui si caratterizzano tante delle canzoni di questa formazione.
L’importante è la passione, il resto è corollario. E la passione, stasera, c”era per davvero; l’abilità e la professionalità, pure.

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