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Fish: Clutching at stars

Una tanto sfolgorante quanto breve carriera insieme ai Marillion, un’intensa attività solista arrivata al tredicesimo capitolo con il recentissimo “13th Star”: di nome fa Derek, di cognome fa Dick ma tutti noi lo conosciamo come Fish, ed è in questa veste che incontriamo il front-man scozzese presso gli uffici della Venus, che distribuisce in Italia la sua ultima fatica. È il tardo pomeriggio di un’uggiosa serata milanese, il cantante è visibilmente stanco, provato dall’intensa tre giorni promozionale. È il mio turno, Fish si avvicina e mi dice “Non ti offendi vero se prima dell’intervista mi faccio un giro per comprare un po’ di dischi?”. Non ho nemmeno il tempo di rispondere, il gigante scozzese è già scomparso tra gli scaffali dell’immenso magazzino della Venus, da cui lo vedremo rispuntare solo mezz’ora più tardi, con un carrello stracolmo di cd. Al mio guardo stupito risponde con un sorriso ed una candida ammissione “Sai, i dischi li compro solo due o tre volte l’anno, e quando lo faccio, be’, questi sono i risultati”.

Fammi un po’ vedere cosa ti sei comprato.
Ho preso solo un po’ di dischi che mancavano alla mia collezione. Cose tipo Marvin Gaye, Gentle Giant, Wishbone Ash…che altro? Ah, sì… Rammstein, Ministry, Nine Inch Nails.

Ma ti stai dando all’industrial?
È tutta colpa di Steve Vantsis, il mio bassista. Sua moglie lavora, e lui si prende cura del figlio, quindi si ritrova con parecchio tempo libero a disposizione. Si attacca ad internet e scarica di tutto, cosa che io non posso fare. Steve se la cava molto bene con la tecnologia, è un mezzo genietto, ed è proprio grazie a questo atteggiamento che quando abbiamo iniziato a lavorare sul disco ha portato con se un sacco di idee. Mi ha portato letteralmente uno scatolone pieno di materiale, lo abbiamo aperto e gli ho detto “Cazzo, ma dove hai preso tutta questa roba?”

In effetti credo si possa tranquillamente dire che l’apporto di Steve alla buona riuscita di “13th Star” sia stato fondamentale, e da questo punto di vista deve essere stata un’autentica rivelazione…
È proprio così. Quando abbiamo iniziato a lavorare sul disco gli ho detto che mi sarebbe piaciuto prendere “Misplaced Childhood” come punto di partenza. A quel punto mi ha confessato che gli sarebbe piaciuto scrivere qualcosa, ed io avevo quattro, forse cinque brani appena abbozzati. Lui mi ha presentato qualche idea, che ho ascoltato a mente aperta, e le cose hanno funzionato fin da subito. È stato fantastico vedere quelle canzoni prendere progressivamente forma. Come ti dicevo, lui ascolta tantissima musica, molta più di quanto non ne ascolti io, ed è riuscito a mettere a frutto tutte queste influenze esterne. Un altro punto a suo favore è stata l’umiltà. Era la prima volta che si cimentava con il song-writing, ma si è dimostrato assolutamente aperto ai miei suggerimenti e rispettoso della mia esperienza. Questo è fondamentale perché ha contribuito a creare un clima di fiducia reciproca. Inoltre mi ha aiutato molto con le sue conoscenze informatiche, per esempio nella fase di realizzazione dei demo. Abbiamo infatti registrato tutto digitalmente, in modo che fosse possibile in seguito importare nel sistema software usato da Calum tutte quelle sezioni che mi interessava tenere, ed eliminare quelle ridondanti. Il suo entusiasmo si è rivelato un’autentica arma vincente. Considera che proprio mentre iniziavo a lavorare sul disco è successo quel che è successo, ed a volte l’atmosfera in studio era talmente tesa che si poteva tagliare con il coltello. Steve è riuscito comunque a canalizzare quelle vibrazioni negative e trasformarle in energia pura.

Questo si sente, nel disco i pezzi hard suonano molto più duri che negli altri tuoi dischi.
Vero, anche se penso che questo non dipenda soltanto dall’attività svolta da Steve ma anche dall’atmosfera generale in cui i pezzi sono stati scritti, da questo punto di vista le mie vicende personali, e conseguentemente il mio umore, hanno probabilmente influito parecchio sul sound di alcuni brani. Già nei precedenti 3 o 4 album erano presenti pezzi molto duri, ma in effetti ho notato anche io questa progressione, le canzoni si stanno indurendo sempre più. Devo dire che mi piace molto lavorare con sonorità sempre più espressive e dinamiche.

Credo di poter tranquillamente affermare che dal punto di vista della resa sonora questo suia il tuo disco meglio riuscito.
Questo è tutto merito di Calum Malcum. Ho fortemente voluto che fosse lui a produrre il disco, a supervisionare tutte le sonorità ed a fare in modo che tutto suonasse esattamente come io volevo che suonasse, e preservando la dinamica ed il range dei suoni che avevo in mente. Da questo punto di vista lo possiamo comparare a “Sunsets On Empire”, l’ultimo disco sui cui avevo investito parecchio, anche in termini strettamente economici, per la produzione. Se per “Raingods With Zippos” avessi investito più soldi, l’album avrebbe reso molto di più. E dico questo con il massimo rispetto per Eliot, che ha fatto quel che ha potuto. È la tipica situazione in cui ti devi arrangiare con quello che hai. Lo stesso discorso vale per “Fellini Days”, in entrambi i casi i soldi a disposizione non erano tantissimi, ed abbiamo dovuto trarre il massimo consentito dalle (scarse) finanze che avevo a disposizione. A parte questo, devo dire che anche il metodo di lavoro utilizzato per “13th Star” è stato ben diverso rispetto al passato. Da questo punto di vista, Elliot e Calum non potrebbero essere più diversi, il primo è un personaggio molto tranquillo mentre il secondo è tutto il contrario. Con Elliot si lavorava senza troppa disciplina, lasciando un po’ le cose al caso. A volte ci svegliavamo nel cuore della notte per registrare qualcosa. Per questo album non avevo alcuna intenzione di lavorare in quel modo, e Calum è riuscito a disciplinare il tutto. Si entrava in studio alle dieci del mattino, e se ne usciva alle sette di sera. Questo tutti i giorni. E dopo le sette, si andava a mangiare e si discuteva di come era andata la giornata in studio. Tieni presente che parte dei brani non erano ancora del tutto finiti, quindi in queste discussioni nascevano nuovi spunti per gli arrangiamenti e per la definizione di ogni singolo brano. Fondamentalmente è stato il tipico caso di avere a disposizione le persone giuste, al momento giusto, con le giuste idee ed un’opportuna focalizzazione. Spero di poter lavorare in questo modo anche in futuro.
[PAGEBREAK] Come sta andando questo piccolo tour promozionale?
Fino ad ora davvero molto bene. Quando sei consapevole di aver prodotto un buon album, tutto è più semplice ed anche rilasciare tutte queste interviste diventa meno stressante. Se l’album non fosse stato valido, le recensioni non sarebbero state positive, ed i giornalisti non sarebbero stati interessati a parlarne. Ed in una situazione del genere fare promozione diventa davvero difficile. Grazie al cielo mi trovo a parlare di un disco ispirato, che sta ottenendo ottime recensioni e di cui non riesco a stancarmi di parlare. Inoltre, durante questi tour promozionali entri in contatto con persone che magari non conosci, e che possono darti spunti interessanti, nuove idee oppure semplicemente creano opportunità. Per esempio, in questi giorni ho discusso molto della possibilità di tornare a suonare in Italia, le ipotesi sembrano essere molto concrete e spero proprio di riuscire a piazzare almeno 6 date qui da voi. È una sensazione molto positiva che ti mette nella condizione di non sentirti in balia degli eventi, e di essere completamente padrone della situazione. L’altro aspetto che fa la differenza è la consapevolezza di aver già recuperato il denaro speso per produrre il disco. Credimi, Max, questo fa un enorme differenza. Tramite sito ne abbiamo già vendute 9.000 copie, ed altre 1.000 stanno per essere spedite. Quando non devi preoccuparti di dover quanto meno rientrare nelle spese, tutto assume una prospettiva differente, il che ti permette di affrontare il presente ed il futuro in maniera assolutamente positiva. Lavorare diventa più semplice.

Parliamo dell’artwork. Mark Wilkinson ha partorito l’ennesimo capolavoro!
Assolutamente vero, penso che la copertina di “13th Star” sia in assoluto il suo lavoro meglio riuscito. Anche questa volta il tutto è nato da una serie di idee e bozzetti che gli ho presentato, e su cui lui ha lavorato restituendomi altre idee e proposte, secondo la sua visione. È stato un work-in-progress in cui tutto il concetto dell’artwork, dalla stella che si sovrappone alla bussola alla barca in balia del mare in tempesta passando per l’uomo sulla spiaggia è stato sviluppato in questo modo. Io e Mark ci conosciamo da una vita, quindi lui capisce molto bene dove voglio arrivare. A volte le idee vengono a lui, me le sottopone ed insieme decidiamo se proseguire su quella strada o meno. Per esempio, quella dell’uomo in piedi sulla spiaggia è stata una sua idea. Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto aggiungere questa sezione, mi ha spiegato di cosa si trattava ed io gli ho semplicemente detto di procedere in quella direzione.

Fish, questo disco affonda le radici in quello che tu stesso hai definito uno dei più oscuri momenti della tua vita. Adesso siamo a qui a parlare delle qualità di “13th Star”, delle ottime recensioni che sta ricevendo, e se vogliamo anche di un ritrovato interesse dei media nei confronti della tua carriera. Non deve essere stato facile trovare un equilibrio in tutto ciò…
It’s a balance of complete fucking extremes! Non avrebbe potuto essere altrimenti. In fondo, avevo a disposizione due sole opzioni: annegare in una piscina riempita con le mie lacrime, o alzarmi e combattere. Se non avessi scelto la seconda opzione, oggi non saremmo qui a parlare del disco. Calum non sarebbe nemmeno riuscito a completarlo, la band si sarebbe dispersa ed io avrei perso tutto. Ma non era assolutamente pensabile lasciare che la mia carriera venisse distrutta da quanto è successo lo scorso mese di maggio. Quando è successo non avevo idea di come avrei potuto reagire, anche perché semplicemente non immaginavo che qualcuno potesse letteralmente fottere il processo creativo di produzione di un disco. È un qualcosa per me di assolutamente inaudito! Non fraintendermi, non sto dicendo che quanto è successo sia stato deliberatamente pianificato, certo che non avrebbe potuto accadere nel momento peggiore! Sicuramente non c’è stato dolo, ma ciò non toglie che quella situazione sia stata assolutamente e totalmente dura da ingoiare e da gestire.

La versione di “13th Star” che vendi tramite il tuo sito è ben diversa da quella che ora è possibile acquistare nei negozi, come mai?
Tramite il sito vendiamo la versione de-luxe dell’album: si tratta di un bellissimo digipack che si apre su tre facciate, e contiene un dvd bonus con il making of di “13th Star”. Puoi immaginarti i costi, e portare nei negozi un prodotto che già solo in termini di costi di produzione è di due o tre sterline più caro di un normale cd sarebbe stato troppo rischioso.
[PAGEBREAK] Vero, ma non trovi che offrire al mercato un prodotto più appetibile e ricco possa contribuire ad evitare il fenomeno dei download illegali?
Questo è un concetto che abbiamo discusso a lungo, e sono fondamentalmente d’accordo con te, per combattere la pirateria devi offrire qualcosa che il download illegale non può dare. Però è un discorso che si può applicare al nocciolo duro dei fans di un artista, che sono sicuramente allettati dalla prospettiva di avere una bella confezione digipack e il bonus dvd anziché una manciata di mp3. Da qui la decisione di vendere l’edizione speciale tramite sito, e di riservare al mercato retail un prodotto comunque valido, ma più economico. Quindi il fan accanito può acquistare su sito l’edizione speciale, mentre per tutti coloro per i quali l’extra-costo di una versione de-luxe non costituisce un incentivo all’acquisto c’è la versione retail. In linea di principio, comunque, sono abbastanza convinto che il fenomeno della pirateria difficilmente potrà essere fermato.

Però i Radiohead sembrano essere riusciti in questo intento. Rendere disponibile tutto il nuovo album su internet, e lasciar decidere ai fans se e quanto pagare per il download si è rivelata una scelta vincente
Be’, certo che lo puoi fare se sei i Radiohead, che oramai sono milionari ed in ogni caso possono contare su almeno un milione e mezzo di fans. Se ciascuno di loro pagasse anche solo una sterlina per scaricare il disco, per i Radiohead vorrebbe dire guadagnare un milione e mezzo di sterline. Per artisti come me, la cui fan-base si aggira intorno alle 50.000 unità questo discorso non è minimamente affrontabile.

Cambiamo argomento. Il divorzio da Tammi ti ha reso, per così dire, ragazzo-padre, e a doverti prendere cura di una figlia oramai teen-ager. Come stai vivendo questa esperienza?
Al momento va tutto benissimo. Certo, quando lo scorso anno è venuta a dirmi che voleva lasciare la scuola è stato un vero shock. Ma mi sono reso conto che la ragazza è molto più matura di quanto la sua età non faccia pensare, lo vedo tutti i giorni osservando i coetanei che frequenta. Quest’anno è venuta in tour con me, è diventata parte del crew, si occupa del merchandise. Questo ci ha permesso di essere in stretto contatto e di avvicinarci sempre più. Soprattutto nei day-off tra una data e l’altra è fantastico averla con me, ce ne andiamo giro a vedere cose, fare cose, anche le più banali come fare shopping, o più semplicemente ce ne stiamo tranquilli io e lei, il che ci permette di comunicare molto più che in passato. Tra l’altro è un modo di impegnare i day-off molto più edificante che non starsene seduti in un bar a sorseggiare l’ennesiomo drink. Ma la cosa più importante di cui mi sono reso conto è che la sua presenza mi rasserena.

Sembra quasi che siate più vicini ora di quando lei era solo una bambina…
Purtroppo è vero, passiamo molto più tempo assieme ora di allora. Il fatto di non essere presente quando era una bambina mi fa sentire parecchio in colpa. Ma è una questione di cui preferirei parlare in altra sede, per esempio in un libro piuttosto che in un’intervista.

Posso immaginare. Be’, possiamo tornare a parlare di musica, per esempio potresti dirci se tu e Tara da questo punto di vista avete gusti in comune, nonostante la differenza di età.
Tara ha gusti piuttosto vari, ascolta un po’ di tutto, dai vecchi Marillion ai Foo Fighter. Cazzo, mi sono dimenticato di comprare qualcosa dei Foo Fighters! Trovo che siano una grande band, ed ammiro molto il loro lavoro. L’anno scorso io e Tara siamo andati a vederli a Edimburgo, suonavano insieme ai Nine Inch Nails ed è stato un concerto fantastico. È confortante condividere questa passione con mia figlia, ed avere l’occasione di andare insieme ai concerti.

LoudVision è un web-magazine che si occupa anche di cinema oltre che di musica. Ti abbiamo visto recitare in diversi film e serie televisive. A che punto è la tua carriera di attore?
Allo stato attuale, praticamente inesistente. La cosa più ironica è che l’ultima occasione che mi è capitata mi avrebbe impegnato proprio nel periodo in cui avrei dovuto essere in luna di miele con colei che avrebbe dovuto diventare mia moglie, e quindi rinunciai a priori. Poi è successo quello che è successo, ed io mi sono ritrovato con le mani in mano per circa sei settimane.
[PAGEBREAK] Sono convinto che tu faresti faville come stand-up comedian, tipo il tuo connazionale Billy Connolly. Hai mai pensato di provarci?
Ci ho pensato, e prima o poi succederà. Magari quando mi ritirerò dal mondo della musica, chissà. Mi piacerebbe moltissimo cimentarmi con questa forma di spettacolo, anche se mi rendo conto che ci vogliono due palle così. Ne ho visti tantissimi in azione, e mi sono reso conto che non è affatto facile, ci sono differenze enormi rispetto al mondo della musica. In ogni caso è una sfida che mi affascina e che vorrei raccogliere. Per dire la verità, una volta ho fatto uno spettacolo di questo tipo in Brunei, sono stato per due ore sul palco e mi sono divertito moltissimo. Credo che anche il pubblica abbia apprezzato. Certo che da qui a dire che sarei in grado di sostenere un impegno simile ogni sera ne passa… Comunque, parlando di attività extra-musicali, la mia attuale priorità è scrivere il libro che ho in testa da diversi anni. Devo dire che la mia recente vacanza in Vietnam, in cui ho girato da solo per tutto il paese per quasi un mese mi ha dato la possibilità di confrontarmi con me stesso, di riflettere, di raccogliere le idee e di rimettere le cose in prospettiva. E tutto questo mi ha fatto capire in quale direzione sviluppare il libro.

Recentemente sei stato invitato alla cerimonia di assegnazione dei Classic Rock Awards, ho visto le tue foto, circondato da tutte quelle leggende del rock!
Amo il music business, e adoro essere circondato da altri musicisti, da gente con stili di vita, per così dire, alternativi. Ti posso assicurare che è stata un’esperienza meravigliosa, mi son trovato al Ronnie Scott’s Club, seduto ad un tavolino con Toni Iommi, Jimmy Page e Jeff Beck. Non ho potuto fare a meno di esclamare “Gesù, tutto questo è dannatamente fantastico!” e, contrariamente alle mie abitudini in questo tipo di situazioni, a quel tavolo ero la persona più tranquilla.

Il tempo a disposizione per l’intervista si è esaurito e la Venus deve chiudere. La lunga giornata ha lasciato il segno sul cantante, che propone di concludere la serata in qualche pub, davanti ad una birra. Cogliamo l’occasione al volo ed insieme agli amici di The Company Italy (il fan-club italiano di Fish) nel giro di pochi minuti ci accomodiamo attorno ad un tavolo su cui la summenzionata bevanda scorrerà copiosa, ad irrorare stinchi di maiale e tagliate varie.
Fish tornerà presto dalle nostre parti, ed avremo sicuramente modo di incontrarlo ancora.

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