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La Dolce Vita di un boscaiolo scozzese

Recensire questo disco è per il sottoscritto impresa ardua: lo smisurato rispetto che nutro per l’artista Fish è secondo solo all’ammirazione che provo per l’uomo Derek Dick – vi prego pertanto di perdonare gli eventuali cali di oggettività che dovessero emergere nelle prossime righe…
Occorre prima di tutto soffermarci sulle circostanze che hanno portato alla release di questo ottavo solo album dello scozzese: sulla scia di quanto sperimentato dai Marillion per il loro recente “Anoraknophobia”, le registrazioni di “Fellini Days” sono state finanziate dallo zoccolo duro dei fans, ai quali è stato chiesto di acquistare il disco con mesi e mesi di anticipo sulla prevista data di uscita, al fine di raccogliere i fondi necessari per coprirne le spese, con la promessa di spedire a tutti coloro che avessero aderito all’iniziativa una versione “speciale” dell’album, contenente un secondo CD farcito di demos, out-takes etc. etc. Attualmente acquistabile solo tramite il fan-club (www.the-company.com) o in sede di concerto al banchetto del merchandise, il disco dovrebbe vedere una distribuzione a più ampio raggio a partire dal mese di Agosto e quindi garantirne una più semplice reperibilità. Ma veniamo all’aspetto più importante – i contenuti musicali. Figlio di un periodo professionalmente ed umanamente travagliato, che ha portato il buon Fish sull’orlo della bancarotta ed alla separazione dalla compagna di una vita, quella Tammy che i più ricorderanno protagonista del video di “Kayleigh”, “Fellini Days” si colloca a metà strada tra le sperimentazione “porcospiniche” che avevano caratterizzato lo splendido “Sunsets On Empire” (prodotto, per chi non lo sapesse, dal prog-prince Steve Wilson), e le sonorità del successivo “Raingods With Zippos”. [PAGEBREAK]L’apertura del disco spetta a “3D”, un gran pezzo dalle neanche troppo velate influenze Watersiane, le cui atmosfere intimiste vengono esaltate da un testo struggente con il quale viene splendidamente esorcizzata la crisi sentimentale che ha colpito i coniugi Dick. “So Fellini” è un brano aggressivo, quasi ai limiti dell’hard rock, con un refrain irresistibile che ne farà la fortuna dal vivo. “Tiki 4″ è un tormentone francamente poco coinvolgente che tende a sfociare nella ripetitività, con un testo incentrato sul tema dell’omosessualità – davvero nulla di speciale, sia dal punto di vista della musica che da quello delle liriche. “Our Smile” è l’ennesima reiterazione del tema “c’eravamo tanto amati” mentre “Obligatory Ballad”, il cui titolo credo sia sufficientemente autoesplicativo, è il classico pezzo-ciofeca che il buon Fish non manca mai di includere in ogni album, salvo poi lasciare fuori brani di ben maggior spessore (chi ha detto “Do Not Walk Outside This Area”?). “Dancing In Fog” ricorda troppo da vicino le atmosfere di “Raingods With Zippos” per non esserne uno scarto, mentre “Long Cold Day” si aggiudica la palma di traccia più heavy del disco: i riff si fanno pesantissimi per un brano all’insegna dell’hard rock più sanguigno, sulla falsariga di “Perception Of Johnny Punter” (presente su “Sunsets”). “Pilgrim’s Address” è un bel pezzo lento nella più classica tradizione fishiana, con un testo significativo in cui il buon Derek veste i panni di un soldato americano che rivolge un appello pacifista al proprio Presidente – il pezzo è davvero bello, ma non possiamo non notare quanto si sia lontani dai tempi di “Forgotten Sons”… Il disco si chiude con un autentico capolavoro qual è “The Clock Moves Sideways”, probabilmente uno dei pezzi meglio riusciti del repertorio solistico di Fish di sempre, ed in cui la lezione impartita da Steve Wilson sembra essere stata recepita nel migliore dei modi – bellissima. Una nota di colore – nelle pause tra i vari brani, ed in seno alle singole canzoni potete ascoltare una serie di campionamenti riguardanti (sorpresa, sorpresa) Federico Fellini, con estratti di interviste al regista e di dialoghi tratti dai suoi film. Tirando le somme, “Fellini Days” non è un capolavoro ma rimane un disco estremamente gradevole pur nella sua discontinuità. Purtroppo una produzione non all’altezza ne compromette non poco l’efficacia, ma credo questo sia un problema legato più che altro allo scarso budget a disposizione. Una nota di merito per la prestazione di John ‘Wes’ Wesley alla chitarra, che sicuramente non sarà un fenomeno delle 6 corde, ma che risulta sempre efficace sia in fase compositiva che esecutiva.

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